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Quanto cambia la frequenza del dolore con l’età, e quanto dipende dal luogo in cui vivi? Per rispondere, una ricerca ha riunito le risposte sul dolore di oltre 6,1 milioni di persone, raccolte da 902 fonti di popolazione in 118 Paesi. Ne emerge un quadro che distingue le parti del corpo, il sesso, l’età e il livello di sviluppo dei Paesi.
Il risultato che richiede più attenzione riguarda le età avanzate: nei Paesi con l’indice di sviluppo umano più basso, il dolore in una qualsiasi parte del corpo risultava molto più frequente rispetto ai Paesi con l’indice più alto. È un confronto tra gruppi, non una previsione di ciò che accadrà a una singola persona.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Come cambiano dolore ed età
Le stime variavano molto secondo la sede del dolore: circa il 2% delle persone riferiva dolore al viso, mentre per il mal di schiena la quota arrivava a circa il 40%. Parlare di “dolore” come di un unico dato rischia quindi di nascondere differenze sostanziali.
Nelle 11 sedi anatomiche esaminate, la prevalenza era più alta nelle donne. A seconda della sede, il rapporto tra la frequenza osservata nelle donne e quella osservata negli uomini andava da 1,08 a 1,83. La ricerca descrive questa differenza, ma non ne stabilisce le cause.
Con l’età, la frequenza del dolore aumentava; la crescita più rapida si osservava prima dei 55 anni. Le curve costruite dai ricercatori servono a confrontare questi andamenti fra popolazioni. Non indicano che il dolore sia inevitabile a una certa età, né descrivono il percorso individuale di ciascun partecipante.
Perché il divario tra Paesi conta
L’indice di sviluppo umano, o ISU, distingue i Paesi in base al loro livello di sviluppo. Nelle età più avanzate, la differenza nella prevalenza di dolore in una qualsiasi parte del corpo tra i Paesi con ISU più basso e quelli con ISU più alto era di 30,6 punti percentuali. L’intervallo di confidenza riportato dai ricercatori andava da 26,9 a 34,3 punti.
Per il dolore nella parte bassa della schiena, la prevalenza nei Paesi con ISU più basso si avvicinava al doppio di quella osservata nei Paesi con ISU più alto alle età maggiori. Il risultato contrasta con stime che, secondo gli autori, tendono a collocare più dolore nei Paesi con sviluppo più elevato.
Questo confronto riguarda il dolore riferito dalle persone nelle popolazioni esaminate. Mostra una differenza geografica marcata, ma non permette da solo di attribuirla al livello di sviluppo o di individuare che cosa la produca.
Che cosa spiegano i fattori esaminati
La ricerca ha valutato anche tre fattori modificabili: fumo, obesità e reddito basso. Nel complesso, l’analisi ha attribuito loro il 18,3% del carico di dolore nelle diverse sedi anatomiche. La quota stimata variava dal 12,6% nell’Africa subsahariana al 27,1% nell’Europa orientale.
“Attribuito” è qui un risultato dell’analisi, non la prova che eliminando questi tre fattori scomparirebbe quella quota di dolore. La differenza fra regioni suggerisce inoltre che i fattori considerati descrivono solo una parte del problema, soprattutto nei contesti con ISU più basso.
Le curve offrono dunque un riferimento comune per confrontare quanto dolore viene riferito in popolazioni diverse. Il loro contributo più netto è rendere visibile un divario nelle età avanzate che le stime precedenti, secondo gli autori, non rappresentavano allo stesso modo; le ragioni di quel divario restano da chiarire.
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