Preferisci ascoltare il riassunto audio?
Per anni, per anni, ti hanno ripetuto un messaggio semplice: «hai il colesterolo troppo alto, devi abbassarlo».
Sì, è vero… prima si riferivano al totale, poi hanno iniziato con sigle strane… Hai il colesterolo non HDL troppo alto… hai l’LDL troppo alto… hai l’apo-B troppo alta…
E se da un punto di vista cardiologico questi cambiamenti riflettono una conoscenza via via più approfondita del problema, noi pazienti in questi anni ci abbiamo capito sempre meno… ma ecco il colpo di scena…
Pensa l’ironia… il paradosso: in tutti questi anni siamo stati giustamente concentrati sui numeri scritti sul referto, ma è solo da poco che ci siamo accorti di un complice altrettanto determinante, nonostante fosse proprio lì, davanti ai nostri occhi da anni: sono proprio quegli anni a scrivere il nostro destino cardiovascolare!
Perdonami, lascia che mi spieghi meglio.
Non è solo “quanto”, ma “per quanto tempo”

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Immagina il colesterolo LDL come delle minuscole particelle che, nel tempo, possono infiltrarsi nella parete delle tue arterie. Se restano lì abbastanza a lungo, si accumulano e possono dare origine alle famigerate placche aterosclerotiche, responsabili di infarti, ictus e altre interessanti conseguenze note nell’insieme come malattie cardiovascolari.
Ma il problema, quindi, non è tanto un valore alto di colesterolo in un certo momento, ma il fatto che quelle particelle restino elevate per anni, per decenni. Hai presente il concetto “la goccia scava la pietra”… ecco, uguale.
Che poi, se ci pensi, troviamo mille situazioni simili; l’effetto è ad esempio simile a quello del fumo: una sigaretta non uccide nessuno, ma quarant’anni di un pacchetto al giorno sì.
Ma pensa anche all’esposizione solare e al rischio di melanoma, al consumo di alcolici, oppure in positivo, l’attività fisica e una dieta sana sono entrambi esempi di effetto protettivo cumulativo.
Se preferisci invece un esempio di finanza pensa semplicemente all’interesse composto… con il colesterolo, il principio è lo stesso, ma ovviamente in negativo.
Ecco quindi il concetto solo apparentemente rivoluzionario chiamato ipotesi dell’esposizione cumulativa.
Il cuore di questa ipotesi, ma un’ipotesi sempre più condivisa dalla comunità scientifica, è che sia il prodotto colesterolo LDL e tempo — ovvero la “dose cumulativa” — a contare davvero… E, a costo di essere impopolare, è anche per questo che l’efficacia delle statine viene spesso fraintesa… perché non basta guardare cosa succede per 5 mesi… 5 anni iniziano a essere interessanti, ma molto di più lo sarebbero 25 anni.
Inutile dire che il mio obiettivo, il valore portante di questo canale, è aiutarti a non averne mai bisogno… ma allora a maggior ragione serve capire meglio questo concetto.
Cosa ci dice la scienza?
L’ipotesi dell’esposizione cumulativa è ormai sostenuta da moltissimi dati, tra cui:
- Studi di autopsia su giovani adulti che già mostravano placche precoci nelle arterie.
- Studi di imaging che dimostrano come le placche aterosclerotiche crescano lentamente, ma inesorabilmente con l’età.
- Studi su famiglie con ipercolesterolemia genetica, in cui chi nasce con colesterolo LDL elevatissimo ha eventi cardiovascolari anche a 30 anni.
- Studi genetici di randomizzazione mendeliana che mostrano come vantare livelli bassi di colesterolo LDL fin dalla giovinezza riduca il rischio cardiovascolare anche del 50–60%.
Complessivamente tutti questi dati puntano nella stessa direzione: meno LDL circolante nel tempo = meno placche = meno infarti e ictus.
Personalizzare la prevenzione
Ma torniamo a parlare di noi, sai qual è l’aspetto più inquietante? Che molti dei soggetti di quelle autopsie, sicuramente nel caso di giovani adulti colpiti da infarto a causa della loro ipercolesterolemia genetica, non avevano mai avuto alcun sintomo… perché l’aterosclerosi è una malattia silenziosa.
Le placche crescono lentamente, senza dare sintomi anche per decenni e il primo segnale, per molti primo e ultimo, è proprio l’infarto.
Ecco allora che arriviamo a un altro aspetto importante, quel cuore delle linee guida più recenti, ovvero accettare il fatto che non tutti siamo uguali. Ognuno ha una diversa “soglia di tolleranza” alle placche nelle arterie: quindi sì soggettiva, ma attenzione, non frutto di dicerie, intuizioni personali o teorie strampalate — bensì soprattutto fattori decisamente più oggettivi come fumo, pressione alta, diabete, peso corporeo o predisposizione genetica.
Una persona che fuma o ha il diabete può sviluppare un infarto con un livello di colesterolo che per un altro sarebbe più tollerabile e questo ci porta a un concetto chiave: il rischio cardiovascolare dipende da un mix di fattori, non da un singolo valore di laboratorio.
Ed ecco perché a decidere se assumere o no un farmaco, che sia una statina o altro, dovrebbe essere un medico, con le capacità e l’esperienza di una valutazione che non si fermi al solo valore sul referto, ovviamente a meno che questo non sia così alto da farti meritare i complimenti da parte di tutto il laboratorio di analisi che si congratula per il record!
Perché questa ipotesi cambia tutto
Questa nuova visione ha conseguenze pratiche molto importanti:
- Aspettare che il rischio diventi alto per iniziare la terapia è un errore, così come è un errore ancora più grosso aspettare a curare lo stile di vita pensando che tanto al massimo ci sono i farmaci.
- Allo stesso tempo non è mai troppo tardi, semplicemente potrebbe cambiare l’aggressività con cui di aggredisce il problema, tanto in termini di sacrifici sullo stile di vita che come dosaggio dei farmaci.
Idealmente la prevenzione non dovrebbe iniziare quando il danno è già visibile, ma quando si può ancora evitare, ma anche dopo un infarto, se hai la fortuna di superarlo, lo stile di vita può fare tutta la differenza del mondo.