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È il colesterolo, stupido!
Nel 2010, il celebre cardiologo americano William C. Roberts pubblicava un editoriale dal titolo provocatorio: “It’s the cholesterol, stupid!”.
Dietro la provocazione, un messaggio chiaro e fondato su decenni di ricerca clinica, epidemiologica e sperimentale:
il colesterolo LDL è l’attore principale nello sviluppo dell’aterosclerosi, la malattia che sta alla base di infarti, ictus e altre gravi patologie cardiovascolari.
Secondo Roberts, al di là di fattori come pressione alta, diabete o fumo, l’unico elemento veramente necessario (anche se non sempre sufficiente) alla formazione delle placche nelle arterie è proprio un valore elevato di LDL.
Quando invece il colesterolo LDL si mantiene sotto i 60 mg/dL, l’aterosclerosi non si sviluppa, indipendentemente dalla presenza di altri fattori di rischio.
Questa visione, oggi sostanzialmente condivisa anche dalle più recenti linee guida internazionali, si è consolidata al punto da spingere le società scientifiche a ridefinire i target terapeutici: non più solo meno di 70 mg/dL per i soggetti ad alto rischio, ma un più generico “più basso possibile”.
Oggi sappiamo che non è solo il colesterolo in sé a contare, ma specificamente le lipoproteine contenenti ApoB, come l’LDL, che sono le vere responsabili della deposizione di grasso nelle arterie. E non è una semplice associazione statistica: si tratta di un legame causale. Per questo la riduzione dei valori di LDL è oggi considerata un obiettivo terapeutico prioritario.
Il valore normale è pericoloso?

Un’altra voce autorevole, quella del medico e divulgatore Michael Greger, sottolinea a questo propoisto un punto spesso trascurato:
Avere un livello di colesterolo “normale” [ad esempio sotto i 100 mg/dL, ndr] in una società in cui è normale morire di infarto non è necessariamente una buona cosa.
Studi su popolazioni con stili di vita tradizionali, neonati sani o animali selvatici suggeriscono che il vero livello fisiologico dell’LDL si collocherebbe attorno ai 50–70 mg/dL, o anche meno. Non a caso, alcune condizioni genetiche che mantengono l’LDL naturalmente basso per tutta la vita sono associate a un rischio cardiovascolare quasi nullo.
Non sarà pericoloso un valore così basso?
No, raggiungere questi valori non è pericoloso: il corpo umano sa benissimo produrre il colesterolo di cui ha bisogno, come fa con il glucosio in caso di digiuno. Il problema non è la presenza, ma l’eccesso.
Certo, i farmaci come le statine possono essere fondamentali nei pazienti a rischio, ma abbassare il colesterolo attraverso un’alimentazione corretta e uno stile di vita attivo resta l’opzione preferibile per chiunque voglia prevenire invece che curare.
Perché, alla fine, la vera sfida non è semplicemente vivere più a lungo, ma arrivarci bene. E se questo significa qualche rinuncia oggi, il guadagno di domani potrebbe essere una vecchiaia vissuta con lucidità, autonomia e dignità.