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Quasi tutto quello che hai letto sul caffè e il colesterolo ruota intorno a un numero: due tazzine. Superata quella soglia, il colesterolo sale. Ma quella soglia non esiste in forma scientificamente dimostrata. Il vero fattore che conta non è la quantità, o non solo: è come il caffè viene preparato.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Cosa alza davvero il colesterolo nel caffè
Nella frazione oleosa del caffè ci sono due sostanze chiamate cafestolo e kahweol. Negli studi randomizzati, queste molecole aumentano il colesterolo totale e soprattutto l’LDL, quello comunemente chiamato “colesterolo cattivo”. Non c’entra la caffeina: l’effetto è attribuibile ai diterpeni, non alla componente eccitante.
Il punto è che la quantità di cafestolo nella tazza dipende quasi interamente dal metodo di preparazione. Il caffè bollito, quello turco o greco e quello in French press ne trattengono una grande quantità. Il filtro di carta li trattiene quasi tutti: il caffè filtrato è quello con il profilo lipidico più favorevole tra le preparazioni studiate.
Dove si collocano espresso e moka
Espresso e moka si trovano in una posizione intermedia, con contenuti variabili. Dipende da chicchi, tostatura, dose, macchina, tempo di estrazione. Alcune macchine automatiche producono bevande con livelli di diterpeni superiori al caffè filtrato su carta.
Guardando i dati disponibili: in uno studio osservazionale su persone che bevevano da tre a cinque caffè classificati come espresso al giorno, c’era un piccolo aumento del colesterolo totale rispetto a chi non ne beveva. Ma quello studio raggruppava capsule, macchine automatiche e moka nella stessa categoria, e trattandosi di dati osservazionali non dimostra un rapporto di causa ed effetto. Non esiste una soglia clinica affidabile oltre la quale due espressi causino necessariamente un aumento rilevante: i trial specifici sull’espresso sono limitati e discordanti.
Quanto aumenta il colesterolo e cosa significa
Una meta-analisi che raccoglieva 12 studi randomizzati ha trovato aumenti medi modesti con il consumo di caffè in generale: circa 0,21 mmol/L per il colesterolo totale, 0,14 mmol/L per l’LDL. Senza variazioni significative dell’HDL. Queste cifre riguardano preparazioni miste, in parte non filtrate.
Per il caffè non filtrato bevuto in grande quantità, circa sei tazze al giorno, l’aumento dell’LDL arrivava a 0,39 mmol/L, pari a circa 15 mg/dL, rispetto al filtrato. Sono dosi ben al di sopra delle due tazzine del titolo, e si tratta di preparazioni diverse dall’espresso da bar.
Gli effetti sul colesterolo descritti non implicano automaticamente un rischio maggiore di infarto o altre malattie cardiovascolari. Gli studi prospettici sul consumo moderato di caffè nel complesso non mostrano un aumento del rischio coronarico; le conseguenze cliniche specifiche dell’eventuale aumento lipidico causato dal caffè non filtrato restano incerte.
Decaffeinato e altre preparazioni: cosa cambia davvero
Una precisazione utile riguarda il decaffeinato: passarci non è di per sé una soluzione per il profilo lipidico. La decaffeinizzazione rimuove la caffeina, non il cafestolo. Se il decaffeinato non elimina il diterpene, la preparazione senza filtro di carta mantiene lo stesso effetto potenziale sul colesterolo. Quello che conta, in termini di lipidi, è la filtrazione, non la presenza di caffeina.
Se hai l’LDL elevato e bevi abitualmente caffè preparato senza filtro di carta, ha senso parlarne con il medico: valutare insieme una riduzione o il passaggio al filtrato è ragionevole, senza toccare autonomamente farmaci o altre terapie in corso. Non perché due espressi siano una soglia pericolosa, ma perché in quel contesto specifico la scelta della preparazione può fare una differenza misurabile nel profilo lipidico complessivo.
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