La notizia in breve
In Italia sono circa 60.000 le donne che ogni anno ricevono una diagnosi di tumore al seno, la neoplasia più frequente tra le donne, pari a circa il 30% di tutti i tumori femminili, con una stima di una donna su sette che potrebbe svilupparlo nel corso della vita. I progressi della diagnosi precoce e delle terapie hanno portato il tasso di sopravvivenza a cinque anni oltre l’88%, e dal 2000 si registra una costante riduzione della mortalità.
Nel mese di ottobre, dedicato a livello mondiale alla prevenzione del tumore alla mammella, prende avvio l’edizione 2026 di Lilt for Women – Nastro Rosa, la campagna informativa della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori. L’iniziativa pone al centro l’autopalpazione e vede le 105 associazioni Lilt impegnate in tutte le regioni con incontri e visite senologiche gratuite.
L’ambasciatrice della campagna è Elisabetta Gregoraci, la quale ha riferito che la propria storia personale le ha insegnato l’importanza della prevenzione e di non rimandare i controlli, dichiarandosi orgogliosa di sostenere l’iniziativa.
Il presidente della Lilt, Francesco Schittulli, ha sottolineato che la conoscenza del proprio corpo costituisce il primo atto di prevenzione, evidenziando che l’autopalpazione aiuta ad accorgersi tempestivamente dei cambiamenti e ribadendo la richiesta dell’associazione di ottenere programmi di screening uniformi su tutto il territorio nazionale a fronte di una neoplasia oggi sempre più guaribile.
Sulla collaborazione istituzionale è intervenuto il vicepresidente Anci, Roberto Pella: “I Comuni italiani continueranno a essere al fianco della Lilt, a portare la promozione della salute sui territori e a rendere più accessibili i percorsi di diagnosi precoce e di assistenza, anche domiciliare”.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Prevenzione primaria e diagnosi precoce
Parlare di prevenzione del tumore al seno significa tenere distinti due livelli. La prevenzione primaria mira a ridurre la probabilità che la malattia compaia, agendo sui fattori di rischio modificabili. La diagnosi precoce, o prevenzione secondaria, non impedisce l’insorgenza del tumore ma punta a individuarlo in una fase iniziale, quando le terapie sono in genere meno invasive e più efficaci.
L’autopalpazione e lo screening appartengono a questo secondo livello. La riduzione della mortalità e l’aumento della sopravvivenza osservati negli ultimi decenni si devono all’effetto combinato di diagnosi più tempestive e di trattamenti sempre più mirati sulle caratteristiche biologiche del singolo tumore.
Il ruolo dell’autopalpazione
Il tumore al seno può manifestarsi con segni che la persona stessa è in grado di notare. Tra questi, la comparsa di un nodulo o di un ispessimento, la retrazione della pelle o del capezzolo, secrezioni dal capezzolo, arrossamenti o alterazioni della cute con aspetto “a buccia d’arancia”, ingrossamento dei linfonodi ascellari. Nelle fasi iniziali la malattia è spesso del tutto asintomatica.
Sul valore dell’autopalpazione esiste un dibattito nella comunità scientifica. Il consenso prevalente la considera utile per sviluppare familiarità con il proprio corpo e cogliere cambiamenti, ma complementare e non sostitutiva degli esami strumentali: le lesioni più piccole spesso non sono rilevabili al tatto. Per questo molte società scientifiche preferiscono parlare di consapevolezza del seno, più che di una tecnica codificata da eseguire con rigore.
Lo screening organizzato
Lo screening mammografico è uno strumento di sanità pubblica rivolto a donne senza sintomi, in fasce d’età definite in base al rapporto tra benefici e rischi. Il beneficio principale è l’individuazione di tumori non ancora palpabili. I limiti riconosciuti comprendono i falsi positivi, che comportano accertamenti aggiuntivi e ansia, e la sovradiagnosi, cioè la scoperta di lesioni che non avrebbero mai dato problemi nel corso della vita.
Per le donne con rischio elevato, per esempio per una marcata familiarità o per mutazioni genetiche predisponenti, esistono percorsi di sorveglianza specifici, che possono iniziare prima e prevedere esami diversi. L’adesione e l’organizzazione dei programmi possono variare da un territorio all’altro, con ricadute sull’equità di accesso.
I fattori legati allo stile di vita
Alcuni fattori di rischio non sono modificabili: l’età, che resta il principale, la storia familiare, l’assetto genetico, la storia riproduttiva e ormonale. Altri invece dipendono in parte dalle abitudini.
Il consumo di alcol è associato a un aumento del rischio anche a quantità contenute. Il sovrappeso, soprattutto dopo la menopausa, e la sedentarietà giocano un ruolo documentato, mentre l’attività fisica regolare e l’allattamento al seno sono considerati fattori protettivi. Queste misure riducono la probabilità di ammalarsi senza annullarla: per questo prevenzione primaria e diagnosi precoce restano strumenti che si affiancano, non alternativi.
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