La notizia in breve
Il test delle urine uAcr (rapporto albumina/creatinina urinaria), che permette di identificare precocemente danni ai reni e adottare misure protettive, è poco utilizzato nella pratica clinica a dispetto della semplicità di esecuzione e dei bassi costi. Il dato emerge dal rapporto indipendente “Test uAcr nella routine clinica”, redatto da un board scientifico coordinato da Iqvia, commissionato e finanziato da Boehringer Ingelheim e presentato a Roma in occasione della EU Screening Week (28 settembre – 4 ottobre).
A limitare l’impiego sistematico dell’esame sono barriere organizzative, operative e culturali che ne riducono l’integrazione nei percorsi assistenziali, ostacolando l’intercettazione tempestiva del rischio. Come ha dichiarato Luca Pinto, senior principal Real World Solutions, head of Engagement Solutions Italy&Greece in Iqvia, “La fotografia che emerge dall’indagine è quella di un test clinicamente riconosciuto, tecnicamente semplice e già sostanzialmente disponibile, ma non ancora inserito in modo uniforme e sistematico nei percorsi assistenziali italiani e con una forte eterogeneità territoriale”.
Sull’utilità della diagnosi precoce, il presidente della Fondazione Italiana del Rene, Massimo Morosetti, ha spiegato che individuare una condizione di sofferenza renale prima della comparsa dei sintomi modifica la gestione di diversi farmaci e permette di intervenire con terapie capaci di rallentare o fermare la progressione della patologia. Il presidente e amministratore delegato di Boehringer Ingelheim Italia, Nedim Pipic, ha evidenziato la necessità di anticipare l’individuazione del rischio cardiovascolare e renale, ricordando che “quando uno dei due organi non funziona bene, anche l’altro ne risente”.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Cosa misura il test
I reni filtrano il sangue attraverso i glomeruli, piccole strutture che trattengono le proteine di grandi dimensioni, come l’albumina. Quando questo filtro si danneggia, l’albumina passa nelle urine in quantità anomale: si parla di albuminuria, uno dei segni più precoci di sofferenza renale.
Il rapporto albumina/creatinina permette di stimare questa perdita su un semplice campione di urina, senza la raccolta delle urine delle 24 ore. La creatinina serve da riferimento per correggere le variazioni di concentrazione dovute a quanto si è bevuto, rendendo il risultato più affidabile di una misura isolata dell’albumina.
Perché conta prima dei sintomi
La malattia renale cronica è in gran parte silenziosa: i sintomi compaiono di solito quando la funzione è già compromessa in modo significativo. Per questo la valutazione clinica si basa su due parametri complementari, la stima della capacità di filtrazione ricavata dagli esami del sangue e la presenza di albumina nelle urine.
I due dati non sono sovrapponibili. L’albuminuria può comparire quando la filtrazione è ancora nella norma, segnalando un danno che il solo esame del sangue non rileverebbe. Le persone in cui questo accade più spesso sono quelle con diabete, ipertensione, obesità, malattie cardiovascolari o familiarità per malattie renali.
Il legame tra reni e cuore
L’albumina nelle urine non riflette solo lo stato dei reni. È considerata anche un indicatore di danno ai piccoli vasi sanguigni e si associa a un rischio cardiovascolare più elevato. Reni e sistema cardiovascolare condividono gli stessi fattori di rischio e si influenzano a vicenda: un rene malato favorisce ipertensione e danno vascolare, e un cuore in difficoltà riduce l’afflusso di sangue ai reni.
Come si affronta un risultato alterato
Un singolo valore elevato non basta per una diagnosi. Febbre, infezioni urinarie, attività fisica intensa o scompensi glicemici possono aumentare temporaneamente l’albuminuria, perciò di norma il dato va confermato con esami ripetuti nel tempo.
Quando il danno è confermato, la gestione punta a rallentarne la progressione: controllo della pressione arteriosa e della glicemia, uso di farmaci che proteggono il rene riducendo la pressione all’interno dei glomeruli, revisione delle terapie eliminate per via renale, le cui dosi possono richiedere un adeguamento, ed evitamento delle sostanze potenzialmente dannose per i reni. Sullo stile di vita il consenso è solido: ridurre il sale, smettere di fumare, contenere il peso e mantenersi attivi incidono sia sul rischio renale sia su quello cardiovascolare.
Cosa resta aperto
È ampiamente condiviso che il test sia utile nelle persone a rischio. Più dibattuta è l’opportunità di estenderlo alla popolazione generale, perché bisogna tenere conto del rapporto tra benefici, costi e possibili falsi positivi. Le differenze nell’uso tra un territorio e l’altro riguardano soprattutto l’organizzazione dei percorsi di cura, non l’affidabilità dell’esame in sé.
Tutte le news di The WOM Healthy su Google
Tutti gli aggiornamenti su salute, alimentazione e benessere.