Malattie reumatologiche, 10 milioni di italiani e solo 42 unità

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La notizia in breve

A fronte di circa 10 milioni di cittadini interessati da almeno una malattia reumatologica, le Unità operative complesse di reumatologia sono 42 (0,71 ogni milione di abitanti), con differenze marcate tra le Regioni. Circa il 23% dei reumatologi che operano in ambito ambulatoriale non può prescrivere direttamente i farmaci biologici, costringendo in alcuni casi il paziente a rivolgersi a un altro centro autorizzato. Inoltre, nei corsi di laurea in Medicina la Reumatologia conta da uno a quattro crediti e in alcune sedi manca un professore ordinario della materia.

Il quadro emerge dalla prima edizione del Libro Bianco della Reumatologia italiana, presentato dalla Società italiana di reumatologia (Sir) in occasione della trentesima Giornata mondiale delle malattie reumatologiche, durante una conferenza al Senato promossa dalla senatrice Maria Cristina Cantù. Il documento presenta cinque richieste alle istituzioni: più reumatologi distribuiti secondo le necessità, centri di riferimento con posti letto per i pazienti complessi, reti regionali e percorsi di cura omogenei tra Nord e Sud, maggiore accessibilità ai farmaci innovativi e più spazio alla disciplina nella formazione universitaria. Viene inoltre segnalato il fabbisogno di 30 ore settimanali di specialistica territoriale ogni 100.000 abitanti.

Sul piano normativo, la senatrice Cantù ha riferito che “Resta uno scarto tra i progressi della scienza e le difficoltà di accesso reale alle cure, con troppe disomogeneità nei servizi. Il Libro Bianco della Sir è il naturale sviluppo del percorso iniziato nel marzo 2024 con il disegno di legge numero 946 che per la prima volta ha portato in Parlamento il tema del rafforzamento e della riorganizzazione dell’assistenza reumatologica, e rilanciato nell’ottobre 2025”, annunciando che “finalmente il provvedimento dovrebbe essere giunto alla conclusione istruttoria nelle Commissioni preposte e dunque essere pronto per essere discusso e approvato in Aula nei primi giorni dell’anno prossimo”.

Andrea Doria, presidente della Sir, ha evidenziato che “più riusciremo a diagnosticare e a trattare precocemente queste condizioni, più otterremo non solo migliori risultati clinici ma anche meno disabilità, ricoveri e interventi chirurgici e un numero crescente di persone che continueranno a lavorare e a prendersi cura delle proprie famiglie”.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Un insieme eterogeneo di malattie

Sotto l’etichetta di malattie reumatologiche ricadono condizioni molto diverse. Ci sono artriti infiammatorie come l’artrite reumatoide e le spondiloartriti, malattie autoimmuni sistemiche come il lupus e la sclerosi sistemica, vasculiti, gotta, artrosi e quadri di dolore cronico diffuso. Hanno in comune il coinvolgimento di articolazioni, muscoli e ossa, ma molte interessano anche cute, reni, polmoni, cuore e vasi sanguigni.

Nelle forme infiammatorie e autoimmuni il meccanismo di fondo è una risposta immunitaria rivolta contro i tessuti dell’organismo stesso. L’infiammazione persistente, se non controllata, danneggia progressivamente cartilagine e osso e può compromettere organi interni. Per questo molte di queste malattie richiedono una gestione che va oltre l’apparato muscolo-scheletrico.

Perché i tempi contano

Nelle artriti infiammatorie è consolidato il concetto di finestra di opportunità. Nelle fasi iniziali la malattia risponde meglio alle terapie, mentre il danno articolare, una volta instaurato, è in larga parte irreversibile. L’intervallo tra i primi sintomi e la presa in carico specialistica è quindi considerato un indicatore importante della qualità dell’assistenza.

I segnali d’esordio sono spesso sfumati. Possono comparire dolore e gonfiore articolare persistenti, rigidità mattutina prolungata, mal di schiena che migliora con il movimento anziché con il riposo, stanchezza marcata, alterazioni della pelle o dita che cambiano colore al freddo. Proprio perché sono aspecifici, il riconoscimento precoce dipende molto dalla preparazione dei medici non specialisti, ed è qui che entra in gioco la formazione universitaria.

Farmaci biologici e sicurezza

I farmaci biologici sono molecole progettate per bloccare bersagli specifici della cascata infiammatoria. Hanno modificato in modo sostanziale la prognosi di molte malattie reumatologiche, riducendo danno articolare e disabilità. Poiché agiscono sul sistema immunitario, richiedono però una valutazione preliminare, ad esempio per escludere infezioni latenti, e un monitoraggio nel tempo.

Questa esigenza di controllo, insieme a quella di appropriatezza e sostenibilità della spesa, è alla base della prescrizione riservata a centri autorizzati. Il modello garantisce competenza e vigilanza, ma può allungare i percorsi dei pazienti quando la rete non è capillare. Come bilanciare sicurezza e prossimità delle cure resta una questione organizzativa aperta.

Oltre le articolazioni

L’infiammazione cronica non resta confinata alle articolazioni. Nelle forme infiammatorie è riconosciuto un aumento del rischio cardiovascolare, e alcune terapie protratte possono incidere sulla salute dell’osso. Per questo la gestione dei casi complessi è spesso multidisciplinare e, nelle fasi acute o con coinvolgimento d’organo, può richiedere il ricovero.

Il peso dei fattori modificabili

Alcuni determinanti legati allo stile di vita hanno basi solide. Il fumo è un fattore di rischio riconosciuto per l’artrite reumatoide e ne peggiora il decorso. L’eccesso di peso sovraccarica ginocchia e anche nell’artrosi ed è associato alla gotta, insieme al consumo di alcol.

L’attività fisica, adattata alla condizione e alla fase di malattia, è considerata parte integrante della gestione di molte patologie reumatologiche. Contribuisce a mantenere forza muscolare e mobilità articolare e a contenere il rischio cardiovascolare. Questi fattori non sostituiscono le terapie, ma ne condizionano i risultati nel lungo periodo.

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