Europa: due giovani su tre hanno vissuto esperienze avverse da bambini

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La notizia in breve

In Europa più di due giovani adulti su tre hanno vissuto almeno un’esperienza infantile avversa, come forme di abuso, violenza domestica, negligenza, separazione da un genitore o convivenza con familiari affetti da disturbi mentali o dipendenze. È quanto emerge da uno studio dell’Ufficio Europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’indagine ha coinvolto 26mila giovani adulti tra i 18 e i 30 anni in 29 Paesi europei, tra cui l’Italia. Dai dati risulta che il 22,2% del campione ha subito un’esperienza avversa, il 23,9% due o tre e il 22,8% quattro o più. L’evento più comune è la separazione o la morte di un genitore (39,2%), seguito dall’aver assistito a violenza domestica (35,2%), dall’abuso sessuale (29,1%), dalla presenza di malattia mentale in ambito familiare (25,5%), dall’abuso di sostanze (22,1%), dall’abuso emotivo (21,4%), da episodi di incuria (13,2%) e dall’abuso fisico (12%).

Tra coloro che hanno vissuto quattro o più esperienze avverse, il 76,3% ha riferito di aver avuto bisogno di supporto per sofferenza mentale nell’anno precedente, rispetto al 36,7% di chi non ne ha segnalata alcuna. Inoltre, chi riporta quattro o più esperienze presenta una probabilità sei volte maggiore di subire violenza e dieci volte maggiore di perpetrarla in età giovanile.

“Quando un bambino cresce in un contesto di violenza o in una famiglia in crisi, non deve stupire che queste esperienze lo accompagnino in classe, nel mondo del lavoro e nelle relazioni anche a distanza di anni”, ha dichiarato Natasha Azzopardi-Muscat, direttrice della divisione Sistemi Sanitari dell’Oms Europa. La direttrice ha aggiunto: “Spesso sfugge quanto sia diffuso questo fenomeno. Non stiamo parlando di una piccola minoranza sfortunata: la maggior parte dei giovani adulti coinvolti in questa indagine ha vissuto almeno un’esperienza avversa durante l’infanzia”, sottolineando che “non si tratta di una questione isolata legata alla salute mentale, bensì di un problema sociale ed economico che richiede il coinvolgimento di tutti i settori, non solo dei servizi sanitari”.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Che cosa sono le esperienze infantili avverse

Con l’espressione esperienze infantili avverse la ricerca indica un insieme di eventi potenzialmente traumatici vissuti prima della maggiore età: abusi, trascuratezza e disfunzioni del contesto familiare. Il concetto non descrive una diagnosi, ma uno strumento epidemiologico che conta quante di queste esperienze una persona ha attraversato. È un indicatore utile a livello di popolazione, ma volutamente semplificato: non misura la gravità, la durata o l’età in cui gli eventi si sono verificati.

Il meccanismo biologico: lo stress tossico

Lo stress in sé fa parte dello sviluppo normale. Diventa tossico quando è intenso, ripetuto e non mitigato dalla presenza di un adulto protettivo. In queste condizioni i sistemi di risposta allo stress, come l’asse che collega ipotalamo, ipofisi e ghiandole surrenali, restano attivati a lungo, con effetti sulla regolazione delle emozioni, sull’attenzione, sul sistema immunitario e sui processi infiammatori.

Il cervello in età evolutiva è particolarmente plastico: le aree coinvolte nel controllo degli impulsi, nella memoria e nella percezione del pericolo maturano in risposta all’ambiente. Questo aiuta a spiegare perché le conseguenze possano emergere anche anni dopo, nelle relazioni, nello studio o nel lavoro.

Un effetto cumulativo, non un destino

Il dato più solido in questo campo è la relazione dose-risposta: più esperienze avverse si sommano, più aumenta la probabilità di disturbi d’ansia, depressione, uso problematico di sostanze e, nel lungo periodo, di alcune malattie croniche. Una parte di questo legame passa attraverso comportamenti come fumo, consumo di alcol, sonno disturbato e sedentarietà, che talvolta funzionano come strategie per gestire un disagio mai elaborato.

Si tratta però di associazioni statistiche, non di previsioni individuali. Molte persone esposte non sviluppano problemi rilevanti, e la ricerca descrive con insistenza il ruolo dei fattori protettivi: almeno una relazione stabile e affidabile con un adulto, il sostegno della scuola e della comunità, la possibilità di dare un senso a ciò che si è vissuto.

I limiti di questo tipo di dati

Le indagini sulle esperienze infantili si basano in genere su ricordi riferiti in età adulta, esposti a dimenticanze e a differenze nel modo in cui ciascuno interpreta le domande. Inoltre, il punteggio cumulativo mette sullo stesso piano eventi molto diversi tra loro, come la separazione dei genitori e un abuso sessuale, il cui impatto può variare enormemente da persona a persona.

Come si affronta

Sul piano clinico si è diffuso l’approccio informato sul trauma, che invita i professionisti a considerare la storia di vita come possibile chiave di lettura dei sintomi, senza trasformarla in un’etichetta. Le psicoterapie orientate al trauma hanno basi consolidate negli adulti, mentre nei bambini risultano centrali gli interventi che rafforzano la relazione con chi si prende cura di loro.

C’è ampio consenso sul fatto che la prevenzione non possa essere solo sanitaria: sostegno alla genitorialità, contrasto alla violenza domestica e servizi per le famiglie con dipendenze o disturbi mentali agiscono a monte. Resta meno chiaro quali combinazioni di interventi siano più efficaci e in quali contesti.

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