Chi allatta conosce bene certe domande, spesso fatte con affetto ma capaci di pesare parecchio: il latte basta? È abbastanza nutriente? Il bambino cresce come dovrebbe? Di solito si cerca la risposta sulla bilancia del neonato. Un nuovo studio prova a guardare la questione da un’altra angolazione. La domanda non è più solo che cosa contiene il latte, ma che cosa può rivelare sulla ghiandola che lo produce e sullo stato di salute di chi allatta.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Che cosa hanno cercato i ricercatori
Il latte materno viene studiato in genere un componente alla volta: grassi, proteine, zuccheri, vitamine. Qui invece sono state analizzate insieme migliaia di molecole in 1.543 campioni, raccolti in tre contesti molto diversi tra loro: Canada, Pakistan e Burkina Faso.
Due gruppi provenivano da studi randomizzati, cioè esperimenti in cui alcune madri ricevevano per sorteggio un integratore alimentare ricco di energia e proteine e altre no. Il terzo era uno studio osservazionale, che registra ciò che accade senza intervenire. L’obiettivo era usare il latte come una finestra non invasiva sul funzionamento della mammella durante l’allattamento.
I risultati principali
Il primo dato riguarda l’integrazione. Nei due studi sperimentali i figli delle madri che ricevevano il supplemento avevano più probabilità di recuperare un rallentamento iniziale della crescita, oppure di mantenere una crescita regolare. In uno dei due la probabilità di recupero risultava più che doppia.
Il secondo dato è che nei tre Paesi è emerso un profilo comune nella composizione del latte, che metteva in relazione lo stato nutrizionale della madre con la crescita del bambino.
Con tecniche di apprendimento automatico i ricercatori hanno poi individuato sette possibili marcatori. Questi sono collegati alla produzione del latte, alla tenuta dei tessuti della mammella e all’attività immunitaria e di riparazione. Tra questi spicca la valerilcarnitina, una piccola molecola che tende ad accumularsi quando le “centrali energetiche” delle cellule non completano bene il loro lavoro. Livelli elevati si accompagnavano a segnali di minore produzione di alcuni componenti del latte e di maggiore attivazione immunitaria.
L’ipotesi della vitamina B5
Per spiegare questo accumulo gli autori propongono un meccanismo. La vitamina B5, o acido pantotenico, serve a produrre una sostanza indispensabile al metabolismo energetico delle cellule, il coenzima A. Se la vitamina scarseggia, quel processo potrebbe rallentare e lasciare dietro di sé molecole come la valerilcarnitina.
Bassi livelli di B5 nel latte erano molto frequenti nei campioni raccolti in Pakistan e Burkina Faso, oltre la metà del totale. Ma si tratta di un’ipotesi plausibile, non dimostrata. L’integratore usato non era mirato alla B5. Molte associazioni derivano da analisi osservazionali, che non provano un rapporto di causa ed effetto. Anche i tempi di raccolta dei campioni variavano da uno studio all’altro.
Che cosa significa per te
Se stai allattando, questo studio non ti chiede di cambiare dieta né di assumere integratori di vitamina B5. I marcatori individuati sono candidati da verificare, non esami disponibili in ambulatorio. Buona parte dei dati viene poi da contesti in cui la sottonutrizione è diffusa. Dove l’alimentazione è varia, la carenza di B5 è rara, perché questa vitamina si trova in moltissimi alimenti.
Il messaggio che resta è più generale e già noto: anche durante l’allattamento l’alimentazione della madre conta, per lei e per il bambino. Se hai dubbi sulla crescita di tuo figlio o sulla tua alimentazione, il pediatra, il medico o l’ostetrica possono valutare la tua situazione concreta.
In prospettiva, questo approccio potrebbe aiutare la ricerca a capire meglio come nutrizione e allattamento si influenzano a vicenda. In futuro potrebbe forse portare a strumenti semplici per individuare carenze là dove sono più frequenti.
Fonte scientifica
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