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Negli ultimi anni il prezzo reale di molte bevande zuccherate e alcoliche è diminuito o è rimasto stabile, mentre il costo sanitario delle malattie correlate continua a crescere.
È da questa constatazione che parte il recente comunicato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, pubblicato il 13 gennaio 2026, che invita i governi ad aumentare in modo deciso le tasse su bevande zuccherate e alcolici. Un messaggio che, per l’Europa e in particolare per i Paesi a forte tradizione enologica come l’Italia, suona come una provocazione.
Ma i dati su cui si basa sono solidi.
Cosa dice davvero l’OMS
Secondo l’OMS, tasse troppo basse e sistemi fiscali deboli stanno rendendo bevande zuccherate e alcol sempre più accessibili, soprattutto a bambini e giovani adulti. Questo fenomeno contribuisce in modo significativo all’aumento di obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, tumori e infortuni, cioè quelle malattie croniche non trasmissibili che oggi rappresentano la principale causa di morte nel mondo.
I numeri sono chiari. Almeno 167 Paesi tassano l’alcol, ma in molti casi le imposte non tengono il passo con l’inflazione e con l’aumento dei redditi, rendendo l’alcol progressivamente più economico.
Il vino, in particolare, rimane non tassato in almeno 25 Paesi, per lo più europei, nonostante i rischi per la salute siano ben documentati. Sul fronte delle bevande zuccherate, sebbene 116 Paesi applichino qualche forma di tassa, l’imposizione media rappresenta circa il 2% del prezzo finale di una bibita, una quota considerata dall’OMS largamente insufficiente.
Il risultato è un paradosso. Il mercato globale di alcol e bevande zuccherate genera profitti enormi, mentre i sistemi sanitari pubblici devono sostenere i costi a lungo termine delle malattie e degli incidenti correlati al loro consumo.
E in Italia?
Il vino è tassato in Italia, ma non è soggetto ad accisa.
In Italia, come nel resto dell’Unione Europea, le bevande alcoliche possono essere gravate da due tipi di imposizione:
- IVA
- accise (imposte specifiche sui prodotti alcolici).
Il vino paga regolarmente l’IVA, attualmente al 22%, come qualsiasi altro bene di consumo, quello che non paga è l’accisa.
In altre parole:
- la birra è soggetta ad accisa, calcolata sul grado Plato,
- i superalcolici sono soggetti ad accisa, calcolata sui litri di alcol puro,
- il vino, indipendentemente dal grado alcolico, non paga alcuna accisa.
Perché il vino non ha accisa
La normativa europea, in particolare la direttiva 92/83/CEE, consente agli Stati membri di applicare:
- accise obbligatorie su birra e alcol etilico,
- accise facoltative sul vino.
L’Italia, insieme a molti altri Paesi produttori, ha scelto da decenni di fissare l’accisa sul vino a zero euro. È una decisione politica, non tecnica, storicamente motivata dal peso economico, culturale e agricolo del settore vitivinicolo.
Cosa significa dal punto di vista sanitario
Dal punto di vista medico e scientifico, questa differenza non riflette però una diversa pericolosità biologica. L’alcol etilico è la stessa molecola in vino, birra e superalcolici, e il rischio per la salute dipende dalla quantità assunta, non dalla “nobiltà” della bevanda.
È proprio su questo scarto tra evidenze scientifiche e politiche fiscali che si innesta la posizione dell’OMS, quando segnala che il vino resta non tassato in molti Paesi europei nonostante i rischi documentati per la salute.
Perché l’OMS insiste sulle tasse

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Il razionale scientifico dietro questa posizione è ben consolidato. Aumentare il prezzo di prodotti dannosi riduce i consumi, soprattutto tra i gruppi più giovani e più vulnerabili dal punto di vista economico. Questo effetto è stato dimostrato in modo coerente per il tabacco, e le evidenze per alcol e bevande zuccherate vanno nella stessa direzione.
Non si tratta solo di ridurre i consumi, ma anche di generare risorse. Le cosiddette health taxes permettono di raccogliere fondi che possono essere reinvestiti in prevenzione, assistenza sanitaria e programmi di educazione alla salute. L’OMS sottolinea che, oggi, gli Stati intercettano solo una piccola parte del valore economico prodotto da questi mercati, lasciando che il resto dei costi ricada sulla collettività sotto forma di spesa sanitaria e perdita di produttività.
E il vino?
Qui sta il nodo più delicato. Il vino è spesso percepito come diverso dagli altri alcolici, parte della cultura e della tradizione alimentare. Tuttavia, dal punto di vista medico, l’etanolo contenuto nel vino non è meno rilevante di quello presente in birra o superalcolici.
Non esiste una soglia di consumo completamente priva di rischio, soprattutto per alcune patologie come i tumori.
Alla luce di queste evidenze, l’idea che il vino possa costare di più non è un attacco ideologico, ma una conseguenza logica di politiche fiscali orientate alla salute pubblica. La domanda, quindi, non è se l’aumento dei prezzi sia “giusto” o “sbagliato”, ma se si sia disposti ad accettare che prodotti associati a danni documentati restino artificialmente economici, mentre il conto viene pagato da tutti.