Vitamina D: se assumi l’integratore sbagliato abbassi i livelli (anziché alzarli)

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Per anni le abbiamo considerate praticamente equivalenti: vitamina D2 e vitamina D3, due forme dello stesso integratore.

Una nuova meta-analisi pubblicata su Nutrition Reviews dall’Università del Surrey, insieme al John Innes Centre e al Quadram Institute, ribalta in parte questa idea. E lo fa con un dato che ha sorpreso anche gli autori: chi prende integratori di vitamina D2 vede paradossalmente calare i livelli ematici della forma più efficace, la D3.

Il problema riguarda la D2, non la D3

Perla di vitamina D controsole

Shutterstock/FotoHelin

Partiamo dalle basi, perché il dettaglio fa la differenza.

Esistono due forme principali di vitamina D negli integratori.

  • La D2 (ergocalciferolo), di origine vegetale o fungina,
  • la D3 (colecalciferolo), che il nostro corpo produce naturalmente esponendosi al sole e che è anche la forma presente nei prodotti animali.

La meta-analisi mostra che assumere D2 fa scendere i livelli circolanti di 25(OH)D3, ovvero il marcatore di deposito della D3, quella che il corpo utilizza più efficacemente.

L’integratore di vitamina D più diffuso in Italia è la D3, che da questo studio esce promosso. Chi sta usando D3 può stare tranquillo: il messaggio non lo riguarda. Chi invece assume D2, magari perché è la forma proposta in alcuni prodotti vegani o vegetariani, ha un motivo in più per valutare un’alternativa.

Cosa dice davvero lo studio

I ricercatori hanno setacciato la letteratura scientifica selezionando 20 studi randomizzati controllati, di cui 11 con dati sufficienti per una meta-analisi quantitativa, su un totale di 655 partecipanti. Il risultato è netto: chi assumeva D2 mostrava livelli di 25(OH)D3 in media 18 nmol/L più bassi rispetto a chi prendeva placebo. Considerando la variazione dall’inizio alla fine degli studi, il calo era di circa 9 nmol/L.

Numeri tutt’altro che irrilevanti.

In altre parole, la D2 non solo è meno efficace della D3 nell’alzare i livelli totali di vitamina D, come già si sapeva. Sembra anche attivamente abbassare la frazione D3 disponibile nell’organismo.

Perché succede

Il meccanismo non è ancora del tutto chiaro, ma gli autori avanzano un’ipotesi plausibile. Quando i livelli totali di vitamina D salgono per via dell’integrazione, il corpo attiva un enzima chiamato CYP24A1 che ne accelera lo smaltimento. Questo enzima sembra agire preferenzialmente sulla forma D3, riducendone la disponibilità. Una sorta di effetto collaterale del meccanismo di omeostasi che il nostro organismo usa per evitare accumuli eccessivi.

C’è anche un altro elemento interessante. Uno studio precedente dello stesso gruppo aveva osservato un effetto della D3 sull’immunità che la D2 non sembra avere: l’attivazione di una specifica famiglia di molecole, gli interferoni di tipo I, che l’organismo usa per contrastare virus e batteri nelle fasi iniziali dell’infezione. Un altro punto a favore della D3.

Cosa cambia in pratica

I principi guida restano quelli di sempre. L’integrazione di vitamina D ha senso quando c’è una carenza documentata o un rischio elevato, come anziani, scarsa esposizione solare, malassorbimento, pelle scura alle latitudini settentrionali. Il fai da te con dosi alte resta da evitare, e il dosaggio andrebbe ragionato con il proprio medico, idealmente sulla base di un esame del sangue.

La novità è un’altra: se devi scegliere tra D2 e D3, la scelta è la D3.

Vale per chi inizia un’integrazione e per chi sta usando D2 e può valutare un cambio.

Esistono anche fonti vegetali di D3, come il colecalciferolo derivato dai licheni, per chi segua una dieta vegana e voglia mantenere coerenza etica senza rinunciare all’efficacia.

Per approfondire

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