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La vitamina D, tecnicamente definita come un pro-ormone piuttosto che una semplice vitamina, ricopre un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’equilibrio del calcio e della salute scheletrica.
Con il passare degli anni, la capacità dell’organismo di produrre questa sostanza attraverso l’esposizione solare diminuisce drasticamente e si stima che un individuo di settanta anni abbia una capacità di sintesi cutanea ridotta di circa il settanta per cento rispetto a un giovane di venti anni.
Questo fenomeno, unito a una dieta spesso meno varia e a una minore permanenza all’aperto, rende la popolazione anziana particolarmente vulnerabile alla carenza.
Il ruolo della vitamina D nell’invecchiamento

Oltre alla nota funzione di facilitatore dell’assorbimento del calcio a livello intestinale, la vitamina D agisce direttamente sui recettori presenti nei muscoli.
Una sua carenza significativa non si limita a indebolire la struttura ossea, ma compromette anche la forza muscolare e la coordinazione neuromotoria. Questo aspetto è cruciale dopo i settanta anni, poiché aumenta sensibilmente il rischio di cadute accidentali, le quali rappresentano la causa principale di fratture di femore e di altre lesioni invalidanti nella terza età. La letteratura scientifica internazionale e le linee guida italiane, come quelle diffuse dalla Società Italiana dell’Osteoporosi, concordano sul fatto che mantenere livelli adeguati sia una strategia preventiva essenziale.
I valori di riferimento e la diagnosi
Per stabilire se un soggetto necessiti di un supporto esterno, è necessario misurare i livelli di 25-idrossivitamina D nel sangue. Sebbene il dibattito scientifico sui valori ottimali sia stato particolarmente vivace negli ultimi anni, le principali società scientifiche italiane indicano che:
- I valori superiori a 30 ng/ml sono considerati ottimali per garantire la massima protezione ossea e muscolare.
- I valori compresi tra 20 e 30 ng/ml definiscono una condizione di insufficienza, che richiede una valutazione clinica personalizzata.
- I valori inferiori a 20 ng/ml indicano una carenza franca che necessita quasi sempre di un intervento terapeutico.
Si noti che non è necessario sottoporre a screening l’intera popolazione sana. Le analisi ematiche sono raccomandate prioritariamente in presenza di fattori di rischio specifici come l’osteoporosi, l’uso di farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina o la presenza di malattie croniche intestinali.
Criteri di prescrizione
In Italia la prescrizione della vitamina D a carico del Servizio Sanitario Nazionale è regolata dalla Nota 96 dell’Agenzia Italiana del Farmaco. Questa normativa identifica con precisione gli scenari clinici in cui l’integrazione è considerata necessaria e rimborsabile, distinguendo tra situazioni che richiedono un esame del sangue preventivo e situazioni che non lo richiedono.
| Scenario clinico | Condizioni specifiche per la prescrizione |
| A. Indipendentemente dai livelli ematici | Persone istituzionalizzate |
| Persone con gravi deficit motori o allettate al proprio domicilio | |
| Donne in gravidanza o in allattamento | |
| Persone con osteoporosi non candidate a terapia remineralizzante | |
| B. Previa determinazione della 25(OH)D | Livelli < 12 ng/mL (sintomatici o asintomatici) |
| Livelli < 20 ng/mL in terapia con farmaci interferenti o con malassorbimento | |
| Livelli < 30 ng/mL con diagnosi di iperparatiroidismo | |
| Livelli < 30 ng/mL con osteoporosi candidate a terapia remineralizzante |
Come si evince dalla tabella, l’integrazione dopo i settanta anni non è un intervento a pioggia.
Per un anziano che vive al proprio domicilio e non presenta patologie specifiche, la soglia di intervento è molto bassa, ovvero inferiore a 12 ng/ml, a meno che non siano presenti altre malattie come l’osteoporosi o problemi di assorbimento intestinale che richiedono livelli più elevati per garantire l’efficacia delle cure.