Trigliceridi alti: meglio togliere i grassi o i dolci? La verità

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Chi scopre di avere i trigliceridi alti finisce quasi sempre per farsi la stessa domanda: ho mangiato troppi dolci o troppi grassi? La verità è che porre la questione in questi termini è già un errore. Non è un duello tra grassi e zuccheri: nella maggior parte dei casi a far salire i trigliceridi è una combinazione di abitudini, dove contano l’eccesso calorico complessivo, il tipo di carboidrati, l’alcol e la qualità dei grassi, non un singolo nutriente da processare.

Questo cambia parecchio l’approccio pratico. Se il problema fosse solo “troppi zuccheri” basterebbe eliminarli. Se fosse solo “troppi grassi” basterebbe un piatto scondito. Ma le linee guida più recenti su come gestire i trigliceridi elevati indicano una strada diversa, più articolata e anche più facile da sostenere nel tempo.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Cosa dicono davvero le linee guida su zuccheri e grassi

Per chi ha trigliceridi a digiuno tra 150 e 499 mg/dL, cioè la fascia più comune, le raccomandazioni parlano chiaro: ridurre zuccheri aggiunti, carboidrati raffinati e grassi saturi, minimizzando l’alcol. Nessuna di queste indicazioni chiede di eliminare un’intera categoria di alimenti.

La distinzione utile riguarda la qualità, non la quantità assoluta. Tra i carboidrati, quelli raffinati e ad alto indice glicemico, come pane bianco, dolci industriali e bevande zuccherate, hanno un impatto peggiore sui carboidrati raffinati rispetto ad alimenti integrali e ricchi di fibre. L’effetto si accentua in chi ha già diabete o insulino-resistenza, ma questo non significa bandire ogni cereale dalla dieta.

Sul fronte dei grassi vale un principio simile. Ridurre i grassi saturi è appropriato, ma eliminare tutti i grassi è un errore quando i valori sono lievi o moderati. La restrizione severa del grasso totale, quella che porta a mangiare quasi senza condimento, si giustifica solo per livelli molto più alti, come vedremo tra poco.

L’alcol e il peso contano più di quanto si pensi

C’è un fattore che spesso sfugge quando si discute di grassi e zuccheri: l’alcol. Può avere un impatto importante sui trigliceridi e va minimizzato già a partire da valori moderatamente elevati, evitato del tutto quando i livelli superano 500 mg/dL. Non è un dettaglio secondario, ed è per questo che l’idea del vino come scelta protettiva per il cuore non regge quando i trigliceridi sono già alti.

L’altro elemento che conta più del singolo nutriente è il bilancio calorico complessivo. Un’alimentazione abitualmente ipercalorica sostiene i trigliceridi alti indipendentemente dal fatto che le calorie in eccesso arrivino da grassi o da zuccheri. Concentrarsi ossessivamente su un solo ingrediente, ignorando le porzioni complessive, può quindi essere fuorviante.

Questo spiega perché perdere peso funzioni quasi sempre, qualunque sia la causa dell’eccesso calorico. Nelle persone con sovrappeso o obesità, una perdita del 5-10% del peso corporeo riduce i trigliceridi in modo misurabile, anche se la risposta individuale varia parecchio. Il beneficio riguarda il valore del biomarcatore in sé, non è detto che si traduca automaticamente in una riduzione dimostrata del rischio cardiovascolare legata solo a questo cambiamento.

Quando il problema non è più solo a tavola

Qui arriva un punto che cambia la prospettiva su tutta la questione. I trigliceridi alti non dipendono sempre dalla tavola: diabete poco controllato, ipotiroidismo, malattie renali, predisposizione genetica e alcuni farmaci, tra cui corticosteroidi, estrogeni orali e alcuni diuretici, possono causarli o peggiorarli. Un valore persistente non va quindi gestito soltanto con divieti alimentari, e nessun farmaco sospettato va interrotto di propria iniziativa.

Su questo si innesta un’altra distinzione decisiva: quanto sono alti i valori. Ecco come cambiano le priorità in base alla gravità:

  • 150-499 mg/dL: attenzione a zuccheri aggiunti, carboidrati raffinati, grassi saturi e alcol, senza eliminare interi gruppi alimentari.
  • 500-999 mg/dL: l’alcol va evitato del tutto, la riduzione del grasso totale diventa da valutare caso per caso.
  • almeno 1000 mg/dL: può essere indicata temporaneamente una dieta con grassi totali molto bassi, intorno al 10-15% delle calorie, sempre sotto supervisione clinica.

Valori a digiuno di almeno 500 mg/dL richiedono una valutazione medica perché aumenta il rischio di pancreatite, soprattutto quando si avvicinano o superano quota 1000. A quel livello la dieta non si improvvisa: serve individuare eventuali cause secondarie, valutare una terapia farmacologica e costruire un piano nutrizionale su misura, non una lista di alimenti vietati trovata per conto proprio.

La domanda giusta, allora, non è se la colpa sia dei grassi o degli zuccheri. È capire in quale fascia di valori ci si trova, quali abitudini specifiche pesano di più nel proprio caso, e se dietro il numero sulla carta ci sia qualcos’altro che merita di essere indagato prima ancora di cambiare il menu.

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