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Se mangi prugne secche, probabilmente lo fai per l’intestino. Negli ultimi anni però lo stesso frutto è finito anche negli studi sulle ossa. Uno di questi, condotto su donne in postmenopausa, ha trovato un risultato favorevole. Da lì è nata l’idea che le prugne facciano bene due volte.
Per capire quanto ci sia di vero bisogna separare tre cose che spesso si confondono:
- andare di corpo con regolarità,
- conservare la densità delle ossa
- e avere meno fratture.
Sono esiti diversi, misurati in modi diversi. Per le prugne esiste qualche dato sul primo e un segnale incerto sul secondo. Sul terzo, quello che conta di più, manca ancora una prova.
Il segnale sulla densità esiste, ma è piccolo. Gli studi successivi non l’hanno confermato in modo coerente.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Per l’intestino l’effetto c’è, in persone precise
Uno studio ha coinvolto adulti sani che andavano di corpo poco spesso. Con 80-120 grammi di prugne al giorno, la loro frequenza delle evacuazioni è aumentata. Nello stesso studio la flatulenza era più frequente in chi mangiava prugne.
Per chi soffre di stitichezza cronica le certezze sono minori. Le linee guida britanniche del 2025 hanno esaminato due studi su questo gruppo di persone. Non hanno trovato prove che le prugne funzionino meglio dello psillio, un integratore di fibre. Questo non dimostra che i due rimedi si equivalgano: il confronto resta aperto.
Il dato sulle ossa: meno perdita all’anca, in uno studio
In uno studio durato un anno, 235 donne in postmenopausa sono state divise in tre gruppi. Il primo non mangiava prugne, il secondo ne mangiava 50 grammi al giorno (circa 4-6 prugne), il terzo 100 grammi. Tutte ricevevano calcio e vitamina D secondo il protocollo, quindi le prugne si aggiungevano a questa base.
Dopo dodici mesi la densità dell’anca era scesa in tutti i gruppi. Il gruppo da 50 grammi ha però avuto una minore perdita di densità ossea dell’anca rispetto a quello senza prugne:
- gruppo da 50 grammi: calo dello 0,3%
- gruppo senza prugne: calo dell’1,1%
- differenza: circa 0,8 punti percentuali
È una differenza misurata sulla densità, cioè su un parametro intermedio, e non sul numero di fratture. Non va nemmeno letta come una ricetta. Lo studio non ha stabilito che 50 grammi siano la dose giusta per prevenire qualcosa.
Il gruppo da 100 grammi è più difficile da interpretare. Lo ha abbandonato il 41% delle partecipanti, contro il 15% del gruppo da 50. Tra i motivi c’era la fatica di mangiarne così tante ogni giorno. A quella dose la densità dell’anca era simile a quella del gruppo di controllo. Con tante uscite, però, il dato resta poco interpretabile: non dice che più prugne facciano peggio alle ossa.
Perché un solo buon risultato non basta
Una sintesi recente ha messo insieme gli studi randomizzati su prugne e ossa. Non ha trovato differenze statisticamente significative nella densità ossea dell’anca tra chi mangiava prugne e chi no. Alla colonna lombare si vedeva una possibile tendenza favorevole, ma i dati erano compatibili anche con un effetto nullo.
Questo non cancella lo studio favorevole. Le ricerche raccolte differivano molto per dose, durata e persone coinvolte. Diverse pubblicazioni riguardavano inoltre gli stessi gruppi di partecipanti. Per questo gli esperimenti davvero indipendenti sono meno di quanto il numero di articoli farebbe pensare.
Negli uomini il segnale è ancora più debole. Uno studio di un anno ha seguito 59 uomini tra 55 e 80 anni con osteopenia, cioè ossa meno dense del normale, o a rischio di svilupparla. Le prugne non hanno migliorato la densità ossea, né totale né lombare, pur con calcio e vitamina D per tutti. Lo studio era piccolo, ma è un motivo in più per non estendere agli uomini il risultato visto nelle donne.
Resta la domanda più importante: le prugne riducono le fratture osteoporotiche? Finora nessuno studio lo ha dimostrato. Le ricerche hanno misurato soprattutto la densità ossea e alcuni marcatori biologici. Anche un rischio di frattura stimato con strumenti come il FRAX resta un calcolo. Non equivale a osservare meno fratture nelle persone.
Se hai un rischio per le ossa, le prugne non bastano
Alcune persone dovrebbero valutare il proprio rischio osseo con un professionista. Riguarda le donne in postmenopausa e gli uomini dai 50 anni che hanno fattori di rischio per le fratture da fragilità, cioè quelle provocate da traumi di poco conto. È questa valutazione a decidere se serve una densitometria e quale trattamento scegliere.
Se hai già avuto una frattura di questo tipo o sai di avere l’osteoporosi, ti serve un percorso clinico appropriato. Deve basarsi su interventi che hanno dimostrato di ridurre le fratture. Il piccolo effetto possibile di un alimento sulla densità non li sostituisce e non giustifica un rinvio.
Resta un dettaglio che cambia la lettura dei due filoni: le dosi non coincidono. Lo studio sull’intestino usava 80-120 grammi al giorno, quello sulle ossa 50, e nessuna delle due è una dose stabilita. Se mangi prugne per andare di corpo, stai facendo qualcosa che ha qualche dato a favore. Per le ossa la domanda è ancora aperta.
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