Protesi d’anca artificiale: quando è necessario un secondo intervento?

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Chi ha una protesi d’anca prima o poi se lo chiede: durerà per sempre, o un giorno bisognerà tornare in sala operatoria? Un secondo intervento esiste e si chiama revisione. Però non dipende dagli anni trascorsi. Si prende in considerazione quando un problema accertato della protesi causa dolore, riduce la funzione o mette a rischio la tenuta dell’impianto e dell’osso che lo circonda.

Le situazioni che più spesso portano a valutarla sono quattro: una protesi che si è staccata dall’osso o si è consumata, un’infezione profonda, lussazioni che si ripetono e alcune fratture dell’osso attorno all’impianto. In ognuno di questi casi la presenza del problema avvia una valutazione. La scelta dell’intervento viene dopo.

Anche l’espressione “secondo intervento” va precisata. Rifare una protesi può voler dire sostituire alcune componenti oppure, quando serve, l’intero impianto. In entrambi i casi l’operazione è di solito più complessa della prima. Quanto lo sia dipende dal problema da correggere e dallo stato dell’osso e dei tessuti.

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Usura e mobilizzazione: conta come sta l’impianto, non da quanto c’è

Con il tempo le superfici della protesi possono consumarsi, oppure le componenti possono perdere la presa sull’osso: in questo caso si parla di mobilizzazione. Una protesi mobilizzata o usurata può richiedere una revisione, soprattutto se provoca dolore o compromette la stabilità dell’impianto e dell’osso circostante.

Questi problemi si riconoscono con gli esami, perché i sintomi da soli non bastano a diagnosticarli. In alcuni casi il chirurgo può proporre la revisione anche senza un dolore invalidante, se il deterioramento documentato rischia di peggiorare e di rendere più difficile l’intervento successivo. Vale per situazioni selezionate, non per qualsiasi segno di usura visibile in una radiografia.

Lo stesso ragionamento vale per la durata. Le stime su quanto dura una protesi sono indicazioni generali e nessuna corrisponde a una data in cui programmare un’altra operazione. Il problema clinico e le condizioni dell’impianto pesano più degli anni passati.

Un caso particolare riguarda alcune protesi con accoppiamento metallo-metallo, cioè con entrambe le superfici articolari in metallo. Se compaiono sintomi o danni ai tessuti, richiedono un’attenzione specifica. È una situazione circoscritta e non spiega in generale il dolore dopo una protesi.

Infezione, lussazioni e fratture: operare non significa sempre cambiare la protesi

L’infezione profonda, quella che raggiunge la protesi, va distinta da un’infezione limitata alla pelle e ai tessuti superficiali della ferita. Quella profonda richiede una valutazione specialistica e quasi sempre un intervento chirurgico insieme agli antibiotici, ma non sempre la rimozione completa dell’impianto.

Se l’infezione viene riconosciuta presto e le componenti sono ben fissate all’osso, in casi selezionati si possono pulire i tessuti e sostituire solo le parti modulari, cioè quelle intercambiabili. In altri casi l’impianto va tolto: quello nuovo viene inserito nella stessa operazione oppure in un secondo tempo.

La lussazione è l’uscita della protesi dalla sua sede articolare. Se è isolata, spesso si può rimettere a posto con una manovra chiamata riduzione, senza sostituire l’impianto. Questo è possibile se le caratteristiche della protesi lo consentono e se non ci sono complicazioni, come alcune fratture associate. Anche la prima lussazione va valutata subito, e la riduzione non garantisce che il problema sia risolto per sempre.

Quando le lussazioni si ripetono, la revisione può servire a correggere l’instabilità che le provoca.

Per le fratture dell’osso attorno alla protesi un intervento è spesso necessario, ma operare la frattura e cambiare la protesi sono due cose diverse. La revisione è indicata soprattutto quando la componente femorale risulta mobilizzata, cioè ha perso la presa nel femore. Se invece è ben fissata, si può riparare la frattura lasciandola al suo posto. Contano anche la sede della frattura e la qualità dell’osso.

I segnali da far valutare senza aspettare

Alcune situazioni richiedono una valutazione urgente:

  • un trauma all’anca operata;
  • un dolore forte comparso all’improvviso;
  • una deformità della gamba o dell’anca;
  • l’impossibilità di caricare il peso sulla gamba.

Vanno fatti vedere presto anche secrezione dalla ferita, arrossamento o gonfiore, se compaiono insieme a un dolore nuovo. Sono segnali che chiedono accertamenti rapidi, ma da soli non indicano una revisione.

Come si passa dal sintomo alla decisione

Un dolore nuovo o un peggioramento nel camminare e nei movimenti meritano una visita. Il dolore da solo non dimostra che la protesi vada sostituita: serve individuare un problema che la revisione possa migliorare. Per alcuni disturbi funzionali l’intervento può non portare beneficio, e comporta comunque rischi propri.

Il primo passo sono la visita e le radiografie. Se lo specialista sospetta un’infezione, può chiedere esami del sangue e l’analisi del liquido prelevato dall’articolazione. Valori come VES e proteina C-reattiva aiutano a orientarsi, ma da soli non dimostrano un’infezione della protesi. Gli altri esami di immagine dipendono dal dubbio da chiarire.

Una volta identificato il problema, si mettono sul piatto il beneficio atteso e i rischi. Una revisione può ridurre il dolore, restituire stabilità e migliorare la funzione. È però più complessa della prima protesi, può avere complicanze e non garantisce che i sintomi spariscano del tutto.

Per capire se un secondo intervento ha senso, conta quindi sapere quale problema ha la protesi e se una nuova operazione può correggerlo. L’età dell’impianto, da sola, dice molto meno.

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