Protesi d’anca: quando è il momento di operarsi?

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Quando l’artrosi fa male all’anca, la domanda su quando operarsi resta spesso in sospeso a lungo. Manca infatti un segnale netto che dica “adesso”. Il criterio più solido riguarda il peso dei sintomi: la protesi va discussa quando dolore e limitazioni compromettono in modo significativo la tua qualità di vita e le cure non chirurgiche adatte al tuo caso non danno più un sollievo sufficiente.

Questa indicazione nasce soprattutto dal giudizio di esperti, perché gli studi sul tema sono pochi. Serve a capire quando chiedere una valutazione ortopedica. Non stabilisce un obbligo di operarsi.

Conviene quindi separare due momenti che spesso si confondono. Il primo è chiedere la valutazione ortopedica, e dipende da quanto l’artrosi pesa sulla tua vita nonostante le cure. Il secondo è programmare l’intervento, e arriva dopo, quando tu e il medico avete deciso che l’operazione è la strada giusta. Da quel punto in poi, aspettare ha senso solo per alcune ragioni precise.

Tutto ciò che segue riguarda la protesi programmata per artrosi d’anca. Non va esteso ad altre situazioni.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Perché un punteggio non decide al posto tuo

Esistono questionari, come l’Oxford Hip Score, che traducono dolore e funzione dell’anca in un numero. Sono utili per misurare come stai e quanto migliori dopo un intervento. Come criterio per fissare il momento dell’operazione, invece, hanno pochi dati a sostegno.

Il momento giusto emerge quindi da una valutazione clinica complessiva. Il medico considera i sintomi, la risposta alle cure già provate e le tue condizioni generali. Una soglia raggiunta su un questionario può entrare nel ragionamento, ma lo completa senza sostituirlo.

Lo stesso vale per il dolore notturno, che molti considerano il segnale che “è ora”. Mancano prove che funzioni come criterio a sé. Può far parte del quadro, ma va letto insieme a tutto il resto.

Che cosa cambia operarsi rispetto ad allenarsi

Se la decisione è individuale, resta da capire quanto ci si guadagna. Un dato utile viene da uno studio randomizzato su 109 adulti di almeno 50 anni con artrosi d’anca grave e già indicati per la chirurgia. Una parte ha ricevuto la protesi, l’altra ha seguito un programma di allenamento contro resistenza.

A sei mesi la protesi ha prodotto un miglioramento di dolore e funzione nettamente maggiore. In media l’Oxford Hip Score è salito di 15,9 punti nel gruppo operato e di 4,5 nel gruppo esercizio. Il guadagno è stato più che triplo. Nello stesso periodo, il 21% di chi si allenava era già passato all’intervento.

Il risultato vale per persone con artrosi grave e un’indicazione chirurgica già posta. Si tratta di un singolo studio: mostra che, in questa situazione, la protesi funziona meglio dell’esercizio. Non dimostra che tutti debbano operarsi subito.

Quando aspettare ha senso e quando no

Una volta che la protesi è indicata, può capitare di sentirsi proporre un altro ciclo di fisioterapia, nuovi farmaci o qualche infiltrazione prima di procedere. Per chi ha già provato senza successo le cure conservative appropriate, le linee guida americane sui tempi dell’intervento suggeriscono di evitare rinvii arbitrari di questo tipo. È una raccomandazione condizionale, sostenuta da prove di qualità bassa.

Questa indicazione presuppone che le cure non chirurgiche siano già state provate. Se non le hai ancora fatte, il ragionamento parte da lì. Le stesse linee guida non affermano che operarsi prima garantisca sempre un risultato migliore. Dicono soltanto che rimandare per inerzia, in chi è già candidato, non porta vantaggi dimostrati.

Ci sono invece due situazioni in cui un rinvio è suggerito: un diabete scarsamente controllato, da migliorare prima dell’intervento, e l’uso di nicotina, da ridurre o sospendere. Anche qui le prove sono basse. Per il diabete non esiste un valore di glicemia valido per tutti oltre il quale operarsi.

Su queste basi, la scelta di operarsi e il suo momento vanno costruiti in una decisione condivisa con il medico. Entrano nel conto i benefici attesi, i rischi legati alla tua salute e le tue preferenze.

I rischi da mettere sulla bilancia

Una protesi d’anca è un intervento con risultati spesso buoni, ma con rischi reali da conoscere. Tra le possibili complicanze ci sono l’infezione, la formazione di coaguli nelle vene della gamba con il rischio che raggiungano i polmoni, la lussazione della protesi e danni a nervi o tessuti. Alcune richiedono un nuovo intervento. Quanto siano probabili nel tuo caso dipende dalle tue condizioni, e va discusso con chi ti opera.

Dopo l’operazione, alcuni segnali richiedono attenzione rapida:

  • febbre, secrezione dalla ferita o gonfiore doloroso che peggiora: serve una valutazione urgente;
  • difficoltà a respirare o dolore al petto, insieme a dolore o gonfiore della gamba: serve assistenza immediata.

Messi insieme, questi elementi cambiano la domanda di partenza. Non conta quanto debba peggiorare l’anca prima di operarti. Conta se il guadagno atteso su dolore e funzione vale, per te, i rischi dell’intervento. Quando la risposta è sì e le cure non chirurgiche sono già state provate, rimandare senza un motivo medico è ciò che le linee guida suggeriscono di evitare.

Fonti

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