Pressione alta: quanti giorni di attività fisica alla settimana dopo i 50 anni?

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Quando si parla di pressione alta l’attività fisica è da tempo considerata uno dei pilastri non farmacologici della prevenzione cardiovascolare. Resta però una domanda molto concreta, soprattutto per chi fatica a ritagliare tempo durante la settimana:

è necessario muoversi un po’ ogni giorno, oppure concentrare l’esercizio nel fine settimana può offrire benefici simili?

Un ampio studio prospettico basato sui dati della UK Biobank fornisce oggi una risposta chiara e rassicurante, almeno per le persone con ipertensione.

Lo studio in sintesi

Uomo che si misura la pressione

Shutterstock/2574524563

I ricercatori hanno analizzato oltre 50.000 adulti con diagnosi di ipertensione, seguiti per una mediana di 7,5 anni. Tutti i partecipanti avevano indossato un accelerometro da polso per sette giorni consecutivi, permettendo una misurazione oggettiva dell’attività fisica moderata-vigorosa (MVPA).

In linea con le raccomandazioni dell’OMS, i soggetti sono stati suddivisi in tre gruppi:

  • Inattivi: meno di 150 minuti a settimana di MVPA
  • Attivi regolari: almeno 150 minuti distribuiti nell’arco della settimana
  • Weekend warrior: almeno 150 minuti totali, ma concentrati per il 50% o più in uno o due giorni (tipicamente il fine settimana)

L’esito principale considerato è stata la mortalità per tutte le cause; tra gli esiti secondari, la mortalità per ictus, l’ictus totale e l’ictus ischemico.

Il dato chiave: –30% di mortalità, indipendentemente dal “come”

Durante il follow-up si sono verificati 2.636 decessi per tutte le cause. Il risultato più rilevante è che

sia gli attivi regolari sia i weekend warrior hanno mostrato una riduzione del rischio di mortalità di circa il 30% rispetto agli inattivi.

In termini statistici, il rischio era ridotto del 30% nei weekend warrior e del 27% in chi distribuiva l’attività nel corso della settimana. Una differenza minima, che suggerisce un messaggio molto pratico: raggiungere il volume settimanale raccomandato è ciò che conta davvero, più della sua distribuzione.

Ictus: segnali positivi, ma prudenza nell’interpretazione

Per quanto riguarda ictus e mortalità da ictus, entrambi i gruppi attivi hanno mostrato tendenze favorevoli, con riduzioni del rischio comprese tra il 10 e il 17%. Tuttavia questi risultati non hanno raggiunto la significatività statistica.

Questo non significa che l’attività fisica non protegga dal rischio cerebrovascolare, ma piuttosto che, in questa specifica analisi, la potenza statistica non è stata sufficiente per trarre conclusioni definitive su questi esiti secondari.

Un messaggio importante: benefici anche sotto le soglie ufficiali

Un elemento particolarmente interessante emerge dall’analisi per percentili di attività fisica.

Già a livelli di MVPA inferiori ai 150 minuti settimanali – intorno ai 95 minuti – il rischio di mortalità risultava ridotto di oltre il 30% rispetto all’inattività completa, sia nei weekend warrior sia negli attivi regolari.

In altre parole, anche “un po’ di movimento” è molto meglio di niente, soprattutto in una popolazione ad alto rischio come quella ipertesa.

Cosa cambia nella pratica clinica (e nella vita quotidiana)

Questo studio rafforza un concetto chiave: l’attività fisica è una vera terapia, e come tale va adattata alla realtà delle persone. Per chi lavora molte ore, ha impegni familiari o semplicemente fatica a mantenere una routine quotidiana, sapere che concentrare il movimento nel fine settimana è comunque efficace può fare la differenza tra fare qualcosa e non fare nulla.

Il messaggio, semplice ma potente, è questo:

muoversi regolarmente è ideale, ma muoversi davvero – anche solo uno o due giorni a settimana – salva la vita. Per le persone con ipertensione, è un’informazione che vale quanto una buona prescrizione.

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