150 minuti di sport a settimana bastano davvero? La nuova soglia è…

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Quando si parla di attività fisica, molte persone hanno in mente un numero semplice: 150 minuti a settimana. È un obiettivo utile, realistico per molti, e spesso viene presentato come il traguardo da raggiungere. Ma un nuovo studio suggerisce che, se il punto è ottenere una protezione più marcata per il cuore e la circolazione, quella soglia potrebbe rappresentare più un punto di partenza che un arrivo.

Che cosa ha studiato davvero

I ricercatori hanno analizzato due aspetti collegati ma non identici: da una parte il tempo trascorso in attività fisica di intensità almeno moderata, misurata con dispositivi indossabili; dall’altra il livello di fitness cardiorespiratorio, cioè la capacità dell’organismo di sostenere uno sforzo, spesso considerata un indicatore della salute di cuore, polmoni e muscoli.

Lo studio ha seguito per quasi otto anni oltre 17 mila adulti, osservando quanti sviluppavano malattie cardiovascolari come infarto, scompenso cardiaco, ictus o fibrillazione atriale. L’obiettivo non era solo capire se muoversi di più fosse associato a meno eventi cardiovascolari, ma anche vedere come questa relazione cambiasse a seconda del livello di forma fisica di partenza.

I risultati principali

Il dato più immediato è che raggiungere i canonici 150 minuti settimanali di attività moderata-vigorosa era associato a una riduzione del rischio piuttosto contenuta, intorno all’8-9%. Per arrivare a una riduzione superiore al 30%, secondo le stime dello studio, servivano volumi molto più alti: circa 560-610 minuti a settimana.

C’è anche un altro punto interessante: il rapporto tra esercizio e rischio non era lineare. In parole semplici, i benefici non crescevano in modo identico per tutti e per ogni quantità di movimento. Le persone con un livello di fitness più basso sembravano aver bisogno di più tempo di attività per ottenere una protezione paragonabile a quella di chi partiva già da una forma migliore.

Gli autori hanno anche usato un’analisi genetica per verificare se i risultati fossero coerenti con un possibile rapporto causale. Questo passaggio ha dato un supporto più convincente per il ruolo del fitness cardiorespiratorio, soprattutto rispetto al rischio di scompenso cardiaco. Per l’attività fisica misurata geneticamente, invece, i segnali erano meno solidi.

Perché può interessarti nella vita quotidiana

Per una persona comune, il messaggio più utile è questo: muoversi un po’ è meglio che non muoversi affatto, ma il minimo raccomandato non va interpretato come la dose “ottimale” per tutti. Se oggi fai poco o nulla, arrivare a 150 minuti resta un obiettivo importante e sensato. Non è poco, e non è inutile.

Ma se il tuo dubbio è se aumentare gradualmente l’attività possa portare benefici aggiuntivi, questo studio dice di sì, almeno sul piano delle associazioni osservate. Aggiungi che non conta solo “quanto ti muovi”, ma anche quanto sei allenato rispetto al tuo punto di partenza.

Cosa non possiamo concludere

Serve prudenza. Questo è soprattutto uno studio osservazionale, quindi non può dimostrare con certezza che siano stati quei minuti di esercizio a causare la riduzione del rischio. Le persone più attive potrebbero avere anche altre abitudini favorevoli alla salute.

C’è poi un limite pratico: i partecipanti non rappresentano necessariamente tutta la popolazione generale. Il fitness non è stato misurato in modo diretto in tutti i casi, e lo studio si è concentrato soprattutto sull’attività moderata-vigorosa, senza descrivere pienamente il ruolo del tempo sedentario o del movimento leggero.

Che cosa portare a casa

La lezione più ragionevole non è che “150 minuti non servono”, ma che servono come base, non come garanzia di massima protezione. Se puoi, aumentare il movimento settimanale in modo graduale e sostenibile può avere senso. Camminare più a lungo, usare meno l’auto, inserire salite, bicicletta, nuoto o esercizi che facciano lavorare un po’ di più cuore e respiro sono strategie realistiche.

Ma non c’è un numero magico valido per tutti. Età, condizioni di salute, tempo disponibile e livello iniziale di allenamento contano. Per questo il messaggio più onesto è duplice: fare qualcosa resta fondamentale, e per alcune persone fare di più potrebbe offrire vantaggi ulteriori, senza trasformare un singolo studio in una regola universale.

Fonte scientifica

Paper originale: Joint non-linear dose-response associations of device-measured physical activity and cardiorespiratory fitness with cardiovascular disease: a cohort and Mendelian randomisation study.
Rivista: British journal of sports medicine
DOI: 10.1136/bjsports-2025-111351

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