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Superati i 65 anni, è frequente che la pressione cambi in un modo preciso. Il primo numero, la sistolica (massima), tende a salire, mentre il secondo, la diastolica (minima), resta uguale o scende. Quando la sistolica arriva ad almeno 140 mmHg e la diastolica resta sotto 90 si parla di ipertensione sistolica isolata, una condizione particolarmente comune in età avanzata.
Che sia comune, però, indica soltanto quante persone ne sono interessate. Un valore frequente per l’età può comunque essere ipertensione. Una pressione stabilmente alta, se trattata, può ridurre il rischio di eventi cardiovascolari anche oltre gli 80 anni.
Il traguardo da raggiungere con la cura cambia invece da persona a persona. Dipende da come tolleri i farmaci, dalla fragilità e dalle altre condizioni di salute.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Quando un numero alto diventa una diagnosi
Le linee guida europee usano la stessa definizione di ipertensione prima e dopo i 65 anni. Valgono almeno 140 mmHg di sistolica oppure almeno 90 di diastolica, misurate in ambulatorio, e basta che uno dei due numeri superi la soglia. Una pressione di 150 su 75, per esempio, rientra nella definizione anche se la diastolica è bassa.
Una singola lettura non basta per la diagnosi. Servono misurazioni ripetute e, quando possibile, una conferma fuori dall’ambulatorio, a casa oppure con il monitoraggio delle 24 ore. A casa la soglia è più bassa: la media va confrontata con 135 di sistolica o 85 di diastolica. Le due misure si leggono con soglie diverse e non sono intercambiabili.
Perché la media domiciliare sia affidabile serve un metodo preciso:
- un misuratore validato, con il bracciale al braccio;
- due misurazioni al mattino e due alla sera;
- idealmente per sette giorni, e comunque per almeno tre;
- media calcolata escludendo il primo giorno.
Quando una lettura alta è urgente
Una pressione molto alta accompagnata da dolore al petto, fiato corto oppure disturbi neurologici o della vista comparsi da poco richiede una valutazione urgente. In questo caso non si aspetta la settimana di misurazioni.
Una lettura alta senza questi segni, invece, non equivale automaticamente a un’emergenza. Va confermata e valutata nel modo appropriato.
Perché curarla conviene anche dopo gli 80 anni
Se l’aumento della sistolica è così comune, viene naturale chiedersi se valga la pena abbassarla in età avanzata. Uno studio ha confrontato farmaci e placebo in persone di almeno 80 anni con una sistolica di partenza pari ad almeno 160 mmHg. Il trattamento ha ridotto la mortalità totale e gli episodi di scompenso cardiaco, la condizione in cui il cuore non pompa più a sufficienza.
Abbassare la pressione può quindi ridurre gli eventi cardiovascolari anche negli anziani. Questo risultato riguarda persone con quelle caratteristiche e lascia aperta la scelta per il singolo ottantenne. Vale anche il contrario: compiere 80 anni, da solo, non è un motivo per interrompere una cura che stai tollerando bene.
La soglia della diagnosi non coincide con il traguardo della cura
Il 140 su 90 serve a riconoscere l’ipertensione. L’obiettivo della terapia è un altro numero, e sul traguardo iniziale le linee guida europee non concordano del tutto.
La Società europea di cardiologia propone, per molti adulti in cura, un obiettivo di pressione sistolica tra 120 e 129 mmHg misurata in ambulatorio, purché ben tollerato. Aver superato i 65 anni, da solo, non impone di puntare più in alto. Servono cautela e personalizzazione dagli 85 anni, nella fragilità marcata e quando la cura dà disturbi.
Le linee guida dedicate specificamente all’ipertensione partono in modo più prudente. Fra 65 e 79 anni indicano un primo obiettivo sotto 140/80. Dagli 80 anni indicano in genere una sistolica tra 140 e 150, con la possibilità di scendere ancora se la cura è tollerata. Questo intervallo è un punto di partenza, adatto ad alcuni ottantenni ma non a tutti.
La prudenza ha una ragione concreta. Un controllo più intensivo può ridurre gli eventi cardiovascolari in pazienti selezionati. In un ampio studio, però, ha reso più frequenti alcuni effetti avversi: pressione troppo bassa, alterazioni dei sali minerali nel sangue, danno renale acuto e svenimenti.
Quello studio escludeva le persone con diabete o con un ictus alle spalle. I suoi risultati riguardano quindi un gruppo preciso, non tutti gli ultrasessantacinquenni.
Quando alzarsi in piedi conta quanto il numero
Prima di iniziare o rafforzare una terapia in età avanzata è importante misurare anche la pressione in piedi. La si rileva dopo uno e dopo tre minuti dall’alzarsi. Se entro tre minuti la sistolica cala di almeno 20 mmHg o la diastolica di almeno 10, si parla di ipotensione ortostatica, cioè di una pressione che scende troppo nel passaggio alla posizione eretta.
Capogiri o svenimenti quando ti alzi vanno riferiti e valutati. Un calo della pressione in piedi, da solo, non dimostra che la causa siano tutti i farmaci per la pressione. Un’eventuale riduzione delle dosi spetta a una valutazione clinica, che tiene conto di più elementi oltre all’età o a un singolo valore.
Fragilità, autonomia nella vita quotidiana, sintomi e tolleranza ai farmaci entrano tutti nella scelta dell’obiettivo. Per le persone molto fragili, non autonome o vicine ai 90 anni la strategia migliore resta incerta, perché negli studi sono state poco rappresentate.
Dopo i 65 anni, quindi, il numero giusto per te nasce da tre verifiche. Serve una pressione confermata con misure ripetute, poi un obiettivo scelto sulla tua salute complessiva, infine una cura che abbassa i valori e che tolleri bene, anche quando ti alzi in piedi.
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