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Davanti al banco del pesce la scelta sembra semplice. Il salmone ha la fama di alimento amico del cuore, il pesce del territorio quella di prodotto più genuino. Per le arterie e per i trigliceridi, però, conta soprattutto che cosa contiene quel pesce: in particolare due grassi omega-3 chiamati EPA e DHA, e quanto spesso finiscono nel piatto.
Salmone, sardine e sgombro sono tutti fonti di EPA e DHA. “Locale”, invece, dice da dove arriva il pesce, non com’è fatto. Anche il pesce più ricco di omega-3 ha sui trigliceridi un effetto reale ma piccolo, ben lontano da quello dei farmaci a base di omega-3.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Conta la specie, non la provenienza
La quantità di EPA e DHA cambia secondo la specie, l’alimentazione del pesce e il prodotto che compri. Per questo il confronto tra salmone selvaggio e allevato è meno scontato di quanto sembri: il contenuto dipende anche dai mangimi, e “selvaggio” significa soltanto pescato in natura.
Sapere quale pesce contiene più omega-3 non dimostra una protezione maggiore per il cuore. La composizione si misura in laboratorio, mentre gli infarti si studiano seguendo le persone per anni. Su questo secondo piano mancano confronti affidabili tra una specie e l’altra.
Ciò che risulta è più generale. Il consumo regolare di pesce è associato a un minor rischio di alcuni problemi cardiovascolari. Questi dati vengono soprattutto da studi osservazionali, che confrontano chi mangia più o meno pesce. Possono quindi contare anche i cibi che il pesce sostituisce e le altre abitudini di chi lo sceglie.
“Proteggere le arterie”, qui, vuol dire un rischio medio più basso osservato in gruppi di persone. Non vuol dire liberare le arterie dalle placche, e non è una promessa per il singolo.
Per la prevenzione, l’American Heart Association raccomanda due porzioni di pesce alla settimana, privilegiando quello grasso, dentro un’alimentazione complessivamente sana. Indica circa 85 grammi di pesce cotto per porzione: è il riferimento americano, da non confondere con uno standard italiano.
Quanto si abbassano davvero i trigliceridi con il pesce
Per misurare l’effetto sui trigliceridi servono studi di intervento: si chiede ad alcune persone di mangiare pesce grasso e si controllano gli esami del sangue. Mettendo insieme 14 di questi studi, con 1.378 partecipanti, è emersa una riduzione media modesta dei trigliceridi: 0,11 mmol/L, cioè circa 10 mg/dL.
È una differenza media piccola, ottenuta con quantità, frequenze e persone diverse da uno studio all’altro. Non indica quanto scenderebbero i tuoi valori con due porzioni a settimana. Quegli studi misuravano i valori nel sangue, non gli infarti, e quindi non possono dire se il calo si traduca in meno eventi cardiaci.
Perché un piatto di pesce non vale una terapia con omega-3
I numeri cambiano con i medicinali. Gli omega-3 su prescrizione, alla dose di 4 grammi al giorno, riducono i trigliceridi di circa il 20-30% in chi ha valori tra 200 e 499 mg/dL. Quella percentuale riguarda preparati farmaceutici. Gli integratori da banco sono prodotti diversi e non vanno considerati un trattamento equivalente.
C’è poi un secondo passaggio. Abbassare i trigliceridi con un preparato di omega-3 non porta automaticamente a una riduzione degli eventi cardiovascolari. Il risultato dipende dal preparato e da chi lo assume. Un medicinale a base di solo EPA, l’icosapent etile, ha dato un esito favorevole. Una combinazione di EPA e DHA non ha ottenuto lo stesso effetto.
Le linee guida europee ESC/EAS del 2025 indicano di considerare l’icosapent etile, 2 grammi due volte al giorno insieme a una statina. L’indicazione riguarda persone ad alto o altissimo rischio cardiovascolare, con trigliceridi a digiuno tra 135 e 499 mg/dL. Si tratta di pazienti selezionati, e mangiare pesce non riproduce il beneficio osservato con il farmaco.
Quando i trigliceridi alti richiedono il medico
Ci sono valori che nessuna scelta al banco del pesce può gestire da sola.
- Trigliceridi da 500 mg/dL in su richiedono una valutazione clinica. Vanno cercate anche le cause che possono farli salire, come un diabete non controllato o l’ipotiroidismo.
- Oltre i 1.000 mg/dL diventa centrale la prevenzione della pancreatite, un’infiammazione del pancreas, con trattamenti mirati.
In questi casi le dosi di integratori fai-da-te sono fuori luogo. Se hai già una terapia prescritta, il pesce si aggiunge alla cura e non la sostituisce.
Messa così, la domanda tra salmone e pesce locale si divide in due domande diverse. Al banco conta la specie e la regolarità: un salmone, una sardina pescata vicino a casa o uno sgombro portano tutti EPA e DHA e rientrano tutti nelle due porzioni settimanali. Un calo marcato dei trigliceridi, o la riduzione degli eventi nei pazienti a rischio, passa invece da strumenti che nessun pesce può sostituire.
Fonti
- Omega-3 Fatty Acids – Health Professional Fact Sheet
- gla.ac.uk
- foodandnutritionresearch.net
- Fish and Omega-3 Fatty Acids | American Heart Association
- Omega-3 Fatty Acids for the Management of Hypertriglyceridemia – Professional Heart Daily | American Heart Association
- Hypertriglyceridaemia – EAS
- 2025 Focused Update of the 2019 ESC/EAS Guidelines for the management of dyslipidaemias – EAS
- Guideline on the Management of Dyslipidemia – Professional Heart Daily | American Heart Association
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