Sempre in ritardo sui tuoi progetti? La psicologia spiega che non è per ottimismo

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Pensi che per prepararti ti bastino dieci minuti, ne servono venti, e la scena si ripete anche se l’hai già vissuta molte volte. La psicologia ha un nome per questa tendenza: fallacia della pianificazione. Indica l’abitudine a prevedere di finire un’attività prima di quanto giustifichi l’esperienza con attività simili, anche quando si conoscono bene i ritardi precedenti.

Il legame con l’ottimismo esiste, ma non dove lo colloca l’idea comune. A essere troppo rosea è la singola previsione, non necessariamente la persona che la fa. Una stima sbagliata dice qualcosa su come è stato costruito quel calcolo e molto meno sul carattere di chi l’ha fatto. Il calcolo si accorcia per come si guarda al compito, più che per l’umore con cui lo si affronta.

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Una persona positiva e una previsione ottimista sono due cose diverse

Gli psicologi distinguono l’ottimismo disposizionale, cioè la tendenza generale ad aspettarsi che le cose vadano bene, dall’ottimismo irrealistico di una previsione specifica. Sono concetti diversi e si misurano in modo diverso. Una stima dei tempi troppo favorevole, da sola, non dimostra che tu abbia un temperamento particolarmente fiducioso.

Anche l’idea che chi è più positivo sbagli di più resta da dimostrare. In una ricostruzione della letteratura si riferisce che due studi precedenti non avevano trovato relazioni significative tra gli errori di previsione e l’ottimismo come tratto. Un risultato nullo lascia aperta la possibilità di un rapporto più debole o diverso, ma basta a togliere certezza all’equazione.

Sui minuti in senso stretto i dati sono ancora più scarni. Un piccolo lavoro universitario ha misurato puntualità, ottimismo e stima di un intervallo di due minuti, e non ha trovato associazioni significative tra queste variabili. È un dato troppo piccolo per chiudere la questione in un senso o nell’altro.

Perché la stima si accorcia

Negli esperimenti classici su questo errore, condotti soprattutto su studenti alle prese con compiti di studio e quotidiani, i partecipanti tendevano a immaginare lo svolgimento futuro del compito più che a richiamare le esperienze passate pertinenti. In pratica si pensa a come andrà questa volta, e le volte precedenti, che pure si conoscono, restano fuori dal calcolo.

Accanto a questa spiegazione ce n’è una complementare. Si potrebbe sottostimare il futuro anche perché si ricorda il passato come più breve di quanto sia stato davvero. È un’ipotesi proposta in una revisione, compatibile con la prima, e resta lontana dall’essere un meccanismo dimostrato per ogni ritardo.

Entrambe le spiegazioni riguardano il modo in cui si mette insieme una previsione, e lasciano da parte l’idea di un orologio interno che scorre a velocità diversa.

Quanto dura un compito e quando finisci sono domande diverse

Quando dici «ci metto dieci minuti», stai facendo due stime diverse: quanto lavoro richiede l’attività e quando sarà davvero terminata. Le due coincidono soltanto in condizioni particolari, per esempio se cominci subito e porti avanti quel compito senza alternarlo ad altro.

Questa differenza conta anche per leggere la ricerca. I risultati che riguardano le scadenze si possono trasferire alla percezione dei singoli minuti soltanto con molta cautela.

C’è poi un’altra precisazione: la direzione dell’errore varia. Una revisione di molti studi ha rilevato che la sottostima del tempo non è universale: quanto prevalga sulla sovrastima dipende dal settore studiato e dal metodo di analisi. Compariva più spesso nella letteratura ingegneristica e gestionale, mentre in quella psicologica il quadro era diverso.

Guardare al passato corregge la direzione, non la mira

Se il problema è trascurare le volte precedenti, viene naturale provare a richiamarle. In uno degli esperimenti classici, chiedere di collegare esplicitamente la nuova previsione alle esperienze passate ha eliminato la tendenza sistematica a prevedere tempi troppo brevi.

L’errore assoluto delle stime, però, non si è ridotto. In media le previsioni non pendevano più verso tempi troppo brevi, ma i singoli errori potevano distribuirsi in entrambe le direzioni. È il risultato di un singolo esperimento, che non dice nulla di certo sul ritardo abituale.

Anche cronometrare le attività o tenere un diario dei tempi è stato provato, in due piccoli studi sul campo sul lavoro accademico. Il riscontro sulle durate ha incontrato problemi di utilizzo. Nel secondo studio ha migliorato la percezione soggettiva del problema, mentre il bias temporale misurato in modo oggettivo è rimasto invariato. Si tratta di ricerca esplorativa.

Messi insieme, questi dati spostano l’attenzione dalla persona al metodo. Arrivare tardi non rivela un carattere troppo solare. Richiamare le volte precedenti può aiutarti a non sbagliare sempre dalla stessa parte, ma lascia intatta l’incertezza di ogni singola stima. Correggere la direzione dell’errore e diventare precisi sono due traguardi diversi, e il dato disponibile, ancora isolato, riguarda soltanto il primo.

Fonti

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