Aumentano i casi di “malattia della pioggia”: i sintomi tipici per riconoscerla

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Il nome fa pensare a qualcosa che si prende bagnandosi, come se bastasse uscire senza ombrello per ritrovarsi con la pelle piena di macchie.

Non è così.

La “malattia della pioggia” è il soprannome colloquiale della dermatofilosi, un’infezione cutanea causata da batteri del genere Dermatophilus, conosciuti finora soprattutto come problema degli animali da allevamento, non dell’uomo. Il fatto nuovo, quello che ha riportato il termine all’attenzione, è che negli ultimi mesi in Europa sono aumentate le diagnosi umane. Capire perché si chiama così, e perché il nome inganga, è il primo passo per capire cosa sta succedendo davvero.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Perché si parla di pioggia se non è la pioggia a trasmetterla

Il soprannome nasce dal mondo veterinario: negli animali, l’umidità persistente sulla pelle favorisce l’attivazione delle forme mobili del batterio, che riescono a penetrare più facilmente attraverso piccole abrasioni cutanee. È un meccanismo osservato su cavalli e bestiame, non una prova che la pioggia trasmetta l’infezione alle persone.

Le infezioni umane non risultano contratte semplicemente stando all’aperto durante un temporale o indossando vestiti bagnati. Il nome è rimasto per assonanza con la storia veterinaria della malattia, ma descrive un’origine, non una via di contagio nell’uomo.

Quanto è cresciuto davvero il numero di casi

Nel periodo 2025-2026 è effettivamente aumentato il numero di casi di dermatofilosi identificati e segnalati in diversi Paesi europei. Al 20 agosto 2026 il bollettino dell’ECDC parlava di poco più di un centinaio di casi distribuiti in dieci Paesi, con qualche incertezza sul numero esatto tra le diverse sezioni dello stesso documento. L’Italia non compariva tra i Paesi elencati in quell’aggiornamento.

Un dettaglio che vale la pena tenere a mente: più diagnosi non equivale automaticamente a più contagi. Una parte dell’aumento può derivare da maggiore attenzione clinica e da test che prima non venivano richiesti per un’infezione considerata quasi esclusivamente animale. Quanto di questo aumento sia crescita reale e quanto riconoscimento tardivo di casi che già esistevano non è ancora stabilito con certezza.

Come si presenta sulla pelle e dove compare più spesso

I segni più descritti nelle segnalazioni europee sono papule, pustole, croste, zone di desquamazione e un’eruzione che può ricordare la follicolite, con prurito presente in alcuni casi ma non in tutti. Nessuno di questi segni, da solo, è specifico di questa infezione.

Nei focolai osservati le lesioni sono comparse soprattutto su genitali, inguine, cosce, volto o area della barba e tronco, spesso in più zone contemporaneamente. Nei cluster legati a sport di contatto sono state descritte anche pustole su braccia, dorso e torace, un quadro diverso che riflette i punti del corpo più esposti in quel tipo di attività.

Proprio perché l’aspetto può ricordare follicoliti batteriche comuni, dermatofitosi, mollusco contagioso o altre infezioni cutanee, una diagnosi affidabile richiede sempre un campione della lesione analizzato in laboratorio. Guardare una fotografia, anche confrontandola con immagini trovate online, non permette di riconoscere questa infezione con certezza.

Come si trasmette e chi è più esposto

I dati epidemiologici e genomici raccolti finora sono coerenti con un contatto stretto e prolungato pelle contro pelle come principale via di trasmissione tra persone. I contesti più rappresentati nelle segnalazioni sono reti di contatti sessuali e sport come le arti marziali, dove il contatto fisico diretto e ripetuto è la norma.

Questo non significa che si tratti di un’infezione a trasmissione esclusivamente sessuale: i casi legati allo sport di contatto lo dimostrano. Resta possibile anche un passaggio indiretto tramite asciugamani, attrezzature o superfici condivise, ma questa via non è ancora stata confermata con certezza.

Su questa base, l’ECDC valuta il rischio per la popolazione generale europea come molto basso, nonostante la crescita delle segnalazioni. Il rischio risulta più elevato, pur restando contenuto nel complesso, per chi ha molteplici contatti intimi pelle contro pelle o frequenta ambienti dove questo tipo di contatto è frequente; anche chi pratica sport di contatto potrebbe avere un’esposizione maggiore, anche se su questo punto le evidenze sono ancora limitate.

Nei casi documentati in Europa il decorso è stato generalmente lieve e localizzato, senza complicanze gravi segnalate. Le lesioni si sono risolte con antibiotici topici o orali prescritti dopo la diagnosi, o in alcuni casi spontaneamente; non ci sono elementi per suggerire un farmaco specifico o l’automedicazione, perché la scelta terapeutica dipende dalla conferma microbiologica.

Se compaiono lesioni pustolose o crostose nuove dopo un contatto pelle contro pelle stretto, uno sport di contatto o la frequentazione di ambienti condivisi, soprattutto su genitali o volto, o se le lesioni si moltiplicano e non migliorano, ha senso farsi vedere da un medico. Nell’attesa è ragionevole evitare di toccare direttamente le lesioni e non condividere asciugamani o indumenti; chi fa sport di contatto dovrebbe evitare di allenarsi con lesioni attive e prestare attenzione alla pulizia delle superfici comuni.

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