Pancia sempre gonfia? Ecco perché l’intestino infiammato non c’entra

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Gonfiore dopo i pasti, dolore addominale, alvo che cambia: tanti ci pensano come a un “intestino infiammato”, ma questa espressione non corrisponde a una diagnosi precisa. Descrive un’impressione, non una condizione. E questa differenza cambia molto ciò che ha senso fare a tavola.

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Fastidio non è lo stesso di infiammazione

Sintomi come dolore, crampi e gonfiore non dimostrano da soli la presenza di una vera infiammazione della mucosa intestinale. Possono dipendere dalla sindrome dell’intestino irritabile, un disturbo in cui l’intestino funziona in modo anomalo pur non essendo danneggiato, ma anche da malassorbimento del lattosio, celiachia, malattie infiammatorie intestinali o altro ancora.

Queste condizioni hanno cause, meccanismi e trattamenti diversi. Un approccio alimentare utile nella sindrome dell’intestino irritabile può essere irrilevante o addirittura fuorviante in caso di celiachia o di malattia di Crohn. Capire di quale problema si tratta è il primo passo, non l’ultimo.

Cosa sono i FODMAP e perché entrano in gioco

Nella sindrome dell’intestino irritabile, una delle osservazioni più solide riguarda certi carboidrati a catena corta, chiamati FODMAP: vengono fermentati rapidamente dai batteri intestinali, richiamano acqua nell’intestino e possono produrre gas in eccesso, gonfiore e alterazioni dell’alvo in chi è più sensibile.

Tra i comuni alimenti ad alto contenuto di questi carboidrati ci sono cipolla, aglio, legumi, prodotti a base di frumento o segale, mele, pere, latte vaccino e dolcificanti come sorbitolo e mannitolo. Questo non significa che siano “cattivi” in assoluto: la quantità, la combinazione e la sensibilità individuale contano più della categoria di appartenenza.

Una dieta che li riduca può migliorare i sintomi in una parte delle persone con IBS, ma l’effetto riguarda il fastidio soggettivo, non l’infiammazione della mucosa.

Lattosio e glutine: quando eliminarli e quando no

Il lattosio merita un discorso separato. Nelle persone con malassorbimento del lattosio latte e latticini possono provocare gas, gonfiore e diarrea, ma molti di questi soggetti tollerano comunque piccole quantità. Non tutti i problemi dopo i latticini dipendono dal lattosio, e eliminare tutti i prodotti caseari senza una ragione accertata rischia di ridurre l’apporto di calcio e vitamina D.

Il discorso sul glutine è simile per struttura, ma diverso nelle implicazioni. Eliminarlo è necessario nella celiachia confermata: in quel caso non farlo causa danno reale. Chi sospetta la celiachia non dovrebbe però iniziare in autonomia una dieta senza glutine prima degli accertamenti, perché la restrizione può rendere falsamente negativi i test diagnostici. Nelle persone con IBS senza celiachia, gli studi randomizzati sulla dieta senza glutine hanno prodotto risultati discordanti.

Nelle malattie infiammatorie intestinali la dieta non è una terapia sostitutiva

La malattia di Crohn e la colite ulcerosa sono un’altra categoria ancora. Qui l’infiammazione è documentata e la dieta ha un ruolo di supporto, non curativo. Non esiste una dieta universale per queste condizioni, né una lista di cibi da eliminare valida per tutti: le restrizioni dipendono dalla diagnosi specifica, dall’attività della malattia e dalle caratteristiche individuali.

In chi ha IBD in remissione ma con sintomi simili all’IBS, ridurre i FODMAP può alleviare il fastidio residuo, ma non è raccomandata per mantenere la remissione né ha mostrato effetti sui marcatori di infiammazione. Sentirsi meglio a tavola non equivale a tenere la malattia sotto controllo: i farmaci prescritti restano fondamentali.

La fase restrittiva ha un limite di tempo preciso

Se con il medico si decide di provare un approccio low-FODMAP, la fase di eliminazione non dovrebbe superare quattro-sei settimane: serve solo a capire se quei carboidrati incidono sui sintomi, non a costruire un regime permanente. Dopo viene la reintroduzione graduale e la personalizzazione degli alimenti tollerati, che è la parte più importante e spesso quella più trascurata.

Eliminazioni estese e multiple, condotte senza orientamento, rischiano di ridurre la varietà alimentare senza un beneficio documentato e di rendere più difficile sia la diagnosi sia la vita quotidiana.

Quando i sintomi non aspettano una prova alimentare

Alcuni segnali richiedono una valutazione medica senza passare prima per tentativi dietetici. Sangue nelle feci, perdita di peso involontaria, anemia o carenza di ferro, febbre, vomito e sintomi di nuova comparsa in età avanzata richiedono valutazione medica in tempi rapidi. Dolore improvviso e severo, vomito con sangue, feci nere o un addome molto gonfio che non si svuota sono situazioni urgenti.

Se i sintomi sono persistenti, interferiscono con la vita quotidiana o stanno portando a eliminare sempre più alimenti, rivolgersi al medico e, quando indicato, a un dietista con esperienza nei disturbi gastrointestinali è il percorso più efficace. Non perché la dieta non conti, ma perché conta di più sapere con precisione per quale problema si sta cercando una risposta.

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