Insufficienza cardiaca e alimentazione: cosa mangiare e cosa limitare davvero?

Ultima modifica

Preferisci ascoltare il riassunto audio? Abbiamo scelto una voce realizzata con strumenti avanzati IA per rendere rendere i nostri testi subito accessibili a tutti

Con l’insufficienza cardiaca, chiamata anche scompenso, l’alimentazione sembra ridursi a due parole: sale e acqua. Entrambi contano davvero, perché un eccesso di sodio può peggiorare la congestione, cioè l’accumulo di liquidi che si manifesta con affanno e gonfiore. Da qui nasce la tentazione di risolvere tutto con due divieti: eliminare il sale e bere il meno possibile.

Le evidenze indicano una strada più misurata. Per il sale la regola è evitare gli eccessi di sale; ridurlo in modo drastico non ha dimostrato di allungare la vita o di evitare ricoveri. Per l’acqua, un limite fisso serve in situazioni precise. Chi ha uno scompenso stabile può farne a meno.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Che cosa mettere nel piatto, e che cosa aspettarsi

Il punto di partenza è un’alimentazione equilibrata: verdura, frutta, cereali integrali, pesce e grassi insaturi. Sono gli stessi ingredienti di una dieta sana per chiunque. Migliorano la qualità di ciò che mangi, ma nessuno di questi alimenti cura lo scompenso o ha dimostrato di ridurre i ricoveri.

Lo stesso vale, a maggior ragione, per diete “drenanti”, tisane o integratori. Le prove disponibili non sostengono l’idea che possano sostituire il trattamento. Anche i consigli sull’idratazione pensati per la popolazione generale vanno lasciati da parte: per chi ha uno scompenso la quantità di liquidi segue regole proprie.

Anche l’alcol va tolto dall’elenco delle cose “che fanno bene al cuore”. Quando lo scompenso è legato proprio all’alcol, l’indicazione è smettere del tutto. Negli altri casi una soglia sicura uguale per tutti non esiste, e la quantità accettabile va discussa con chi ti segue.

Il sale: ridurre gli eccessi senza inseguire lo zero

Le linee guida statunitensi considerano ragionevole, per chi ha sintomi, evitare un apporto eccessivo di sodio per alleviare la congestione. Riconoscono anche che i dati a sostegno sono limitati. L’indicazione dice quindi che esagerare con il sale è sconsigliabile, ma non fissa una soglia perfetta.

Tagliare ancora di più è stato messo alla prova. In uno studio su 806 pazienti seguiti in ambulatorio, puntare a meno di 1,5 grammi di sodio al giorno non ha ridotto in modo convincente né la mortalità né i ricoveri. Lo stesso emerge dalle sintesi degli altri studi sulla restrizione del sodio.

Quel risultato va letto con due limiti. I due gruppi hanno finito per mangiare in modo poco diverso, e lo studio era troppo piccolo per escludere del tutto un beneficio. Il vantaggio di una dieta molto povera di sale resta quindi da dimostrare, e questo è diverso dal dire che il sale non conta: mangiarne molto resta da evitare.

Fai attenzione anche alle unità di misura. Il documento europeo di consenso riporta come riferimento circa 5 grammi di sale al giorno, che corrispondono a circa 2 grammi di sodio. Sale e sodio sono quindi due quantità diverse. Anche questa cifra vale come orientamento, perché le prove sulle soglie sono deboli.

Dove si nasconde il sale che non vedi

Ridurre gli eccessi significa guardare oltre la saliera. Pane, salumi e altri prodotti a base di carne, piatti pronti, salse e cibi confezionati possono pesare molto sull’apporto totale. La quantità cambia parecchio da un prodotto all’altro.

Per questo confrontare le etichette funziona meglio che vietare intere categorie. Scegli la versione meno salata dello stesso alimento e preferisci le conserve in acqua a quelle in salamoia. Per insaporire, usa erbe e spezie al posto del sale aggiunto.

Una scorciatoia da evitare sono i sostituti del sale contenenti potassio. Insieme a farmaci molto usati nello scompenso, come ACE-inibitori, sartani e antagonisti dei mineralcorticoidi, possono far salire troppo il potassio nel sangue. Questa condizione si chiama iperkaliemia. L’avvertenza riguarda questi prodotti: frutta e verdura restano nel piatto.

L’acqua: un limite su misura

Sui liquidi oggi esiste una prova diretta. In uno studio su 504 persone con scompenso cronico stabile, limitare i liquidi a 1,5 litri al giorno non ha migliorato in modo significativo lo stato di salute percepito rispetto a bere più liberamente. In compenso ha aumentato il disagio legato alla sete.

Bere più liberamente, però, ha un perimetro preciso. I risultati sono stati valutati a tre mesi e lo studio non era costruito per misurare ricoveri e mortalità. Ha incluso solo persone stabili ed escluso chi era ricoverato di recente o aveva il sodio basso nel sangue. Per queste persone il risultato non vale.

In alcune situazioni una restrizione dei liquidi ha senso, purché decisa caso per caso. Succede con l’iponatriemia, cioè il sodio troppo diluito nel sangue, con un consumo di liquidi molto elevato o con sintomi gravi. Anche in questi casi la necessità va rivalutata nel tempo. Se ti è già stato indicato un limite, puoi modificarlo solo con chi ti segue.

Quando il problema non si risolve a tavola

Un affanno che peggiora, un gonfiore che aumenta o un rapido aumento di peso richiedono una valutazione del medico. Tagliare ancora cibo o acqua per conto tuo non è la risposta giusta.

Una grave difficoltà a respirare richiede assistenza d’emergenza: chiama subito i soccorsi.

Questi segnali spiegano anche perché le regole su sale e liquidi variano da persona a persona. Lo stesso bicchiere d’acqua o lo stesso piatto pesano in modo diverso se lo scompenso è stabile o sta peggiorando. Per questo i limiti si concordano con chi ti segue e si aggiornano quando la situazione cambia.

Fonti

Tutte le news di The WOM Healthy su Google

Tutti gli aggiornamenti su salute, alimentazione e benessere.

Seguici su Google
Articoli Correlati
Articoli in evidenza