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Sì, può succedere: un infarto può colpire anche una persona giovane, allenata e senza disturbi evidenti. Quando accade, viene spontaneo pensare a un mistero, a un cuore che si è fermato senza motivo. In molti casi, però, la spiegazione esiste e si può trovare.
Il punto è che «apparentemente sano» e «senza rischi» sono due cose diverse. Una persona può avere un colesterolo alto mai misurato, una familiarità che ignora o una condizione del cuore mai diagnosticata. E non tutti i collassi improvvisi di un atleta sono infarti.
Resta una distinzione decisiva: una causa che nessuno ha ancora cercato è diversa da una causa rimasta sconosciuta dopo gli accertamenti. Il secondo caso esiste davvero. Per arrivarci, però, servono esami precisi, e spesso la ricerca porta a una risposta.

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Prima domanda: era davvero un infarto?
Infarto e arresto cardiaco vengono spesso usati come sinonimi, ma indicano eventi diversi. L’infarto è un danno al muscolo del cuore dovuto alla mancanza di sangue e ossigeno. Nell’arresto cardiaco il cuore smette all’improvviso di pompare sangue in modo efficace.
Per questo un arresto cardiaco durante lo sport non è necessariamente un infarto. Può dipendere da una malattia del muscolo cardiaco, da un disturbo del ritmo o da un’anomalia delle coronarie, le arterie che nutrono il cuore. L’infarto, a sua volta, può provocare un arresto. Senza una diagnosi documentata, la notizia di un atleta crollato «per infarto» va presa con cautela.
Anche l’età cambia il quadro. Negli atleti fino a circa 35 anni, tra le cause di morte cardiaca improvvisa pesano molto le condizioni ereditarie o congenite. Negli atleti più grandi prevale la malattia coronarica che si sviluppa nel corso della vita. Il dato riguarda la morte improvvisa, non tutti gli infarti dei giovani, ma mostra come lo stesso crollo possa avere origini molto diverse.
Allenato non vuol dire senza placche
Anche quando si tratta di un vero infarto, lo sport e un aspetto in forma non escludono l’aterosclerosi coronarica, cioè l’accumulo di placche nelle arterie del cuore. Contano il colesterolo LDL alto, il fumo, la pressione alta, il diabete e la storia familiare. Alcuni di questi fattori possono restare sconosciuti alla persona fino all’evento.
Sono fattori di rischio, non la spiegazione automatica di un singolo infarto. E lo sport resta utile: l’attività fisica è associata a benefici per il cuore. Uno sforzo intenso può far scattare un evento se esiste già una condizione cardiaca sottostante. La coincidenza con l’allenamento, però, non dimostra che sia stato lo sport a crearla.
Un esempio di rischio silenzioso è la lipoproteina(a) elevata, una particella che trasporta grassi nel sangue e il cui livello dipende in larga parte dai geni. Può contribuire al rischio cardiovascolare senza dare sintomi. Le linee guida statunitensi sul colesterolo ne raccomandano la misurazione almeno una volta in età adulta.
Un valore alto aiuta a stimare il rischio, ma da solo non dimostra di essere stato la causa di un infarto. Se in famiglia ci sono malattie cardiovascolari precoci o un’ipercolesterolemia familiare, cioè colesterolo molto alto di origine genetica, può essere utile valutare anche i parenti.
Esiste poi un meccanismo diverso dalla placca: la dissezione coronarica spontanea, una lacerazione della parete di un’arteria del cuore. Può causare un vero infarto anche in chi ha pochi fattori di rischio e riguarda soprattutto le donne. È una causa a sé, non la spiegazione generale degli infarti nei giovani sportivi.
Coronarie senza restringimenti: una tappa, non una risposta
A volte una persona con sospetto infarto fa gli esami delle coronarie e le arterie risultano senza restringimenti importanti. Sembra la prova dell’inspiegabile. Si tratta invece di una diagnosi provvisoria, che impone di cercare la causa effettiva.
La definizione internazionale più recente ha cambiato il significato della sigla che indica questa situazione, MINOCA. Oggi descrive un danno del muscolo cardiaco con coronarie non ostruite, e non più automaticamente un infarto. Il motivo è che solo una parte di questi casi si conferma come infarto: altri risultano miocarditi, cioè infiammazioni del cuore, o altre condizioni.
Per fare chiarezza, la risonanza magnetica cardiaca e, in casi selezionati, esami più approfonditi delle coronarie possono distinguere un infarto da altre cause di danno. Quali esami servano lo decidono i medici in base al quadro clinico, e il risultato non è garantito.
In una parte dei casi, infatti, la causa resta indeterminata anche dopo gli accertamenti. Questo è il nucleo vero della domanda. «Indeterminata» vuol dire che gli esami non hanno individuato la causa, il che è ben diverso dal dire che una causa manca. Per i giovani sportivi manca anche una percentuale affidabile di quanto spesso accada.
Quando chiamare subito i soccorsi
L’età giovane non mette al riparo, quindi i sintomi vanno presi sul serio anche a vent’anni o in piena forma. Questi possono essere segnali di infarto anche in una persona giovane:
- dolore o pressione al petto;
- fiato corto;
- sudorazione fredda;
- nausea.
Se compaiono e fanno pensare a un infarto, chiama subito i soccorsi (112), senza aspettare perché sei giovane o allenato.
Un discorso a parte riguarda lo svenimento durante lo sforzo. Da solo non indica un infarto, ma può segnalare altre condizioni cardiache importanti e richiede una valutazione medica. La forma fisica, l’assenza di disturbi precedenti o una visita sportiva recente non bastano a garantire che il cuore sia sano.
Un segnale come questo permette di porsi la domanda sul perché prima di un evento, invece che dopo.
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