Hantavirus, inizio di una nuova pandemia? No. Ecco perché

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Tre morti, meno di 10 contagi, una nave da crociera bloccata e una parola che, dopo il Covid, basta da sola ad accendere l’allarme: “virus”.

Il copione sembra familiare. Ma questa volta la storia è molto diversa.

Il focolaio di Andes virus, un hantavirus identificato a bordo della M/V Hondius, non è l’inizio di una nuova pandemia. Non perché lo dicano gli ottimisti, ma perché lo indicano la biologia del virus, la storia clinica degli hantavirus e le valutazioni delle autorità sanitarie internazionali.

La prudenza è necessaria. Il panico no.

Cosa è successo sulla M/V Hondius

La M/V Hondius, nave da crociera olandese partita da Ushuaia il 1° aprile 2026, ha attraversato l’Atlantico meridionale toccando aree come Antartide, Sud Georgia, Tristan da Cunha, Sant’Elena e Ascensione. A bordo c’erano circa 150 persone, tra passeggeri ed equipaggio, provenienti da diversi Paesi.

Tra fine aprile e inizio maggio sono emersi casi compatibili con infezione da hantavirus. Le analisi hanno poi identificato il responsabile: Andes virus, un hantavirus tipico del cono meridionale del Sudamerica.

Secondo gli aggiornamenti disponibili all’11 maggio 2026, il bilancio era di 9 casi complessivi, tra confermati e probabili, con 3 decessi. Numeri gravi, soprattutto per chi è stato coinvolto direttamente, ma ancora compatibili con un focolaio circoscritto, non con un evento pandemico.

Gli hantavirus non si comportano come il Covid

Il punto centrale è questo: gli hantavirus non si trasmettono come SARS-CoV-2 o come l’influenza.

Il loro serbatoio naturale sono i roditori. L’essere umano si infetta, nella maggior parte dei casi, inalando particelle contaminate da urine, feci o saliva di roditori infetti. È una dinamica molto diversa da quella di un virus respiratorio capace di diffondersi facilmente in uffici, scuole, mezzi pubblici o ristoranti.

Nel caso dell’Andes virus, il principale serbatoio è il colilargo dalla coda lunga, Oligoryzomys longicaudatus, un roditore presente in alcune aree del Sudamerica meridionale. Non si tratta di una specie diffusa in Europa, e non ci sono indicazioni che il virus stia colonizzando nuovi territori attraverso roditori locali.

Questo non significa che non possa esserci trasmissione tra persone. Significa però che il virus non ha, per sua natura, la stessa facilità di diffusione dei grandi virus respiratori pandemici.

E la trasmissione da persona a persona?

Qui serve precisione.

L’Andes virus è l’unico hantavirus per cui sia stata documentata in modo convincente la trasmissione interumana. Quindi dire “gli hantavirus non si trasmettono mai tra persone” sarebbe sbagliato.

Ma anche l’allarme opposto sarebbe fuorviante.

La trasmissione da persona a persona, quando avviene, sembra richiedere soprattutto contatti stretti e prolungati: conviventi, partner, persone che assistono un malato, contatti ravvicinati in particolari fasi dell’infezione. Non parliamo di un virus che si diffonde facilmente respirando la stessa aria in una folla o passando accanto a qualcuno in metropolitana.

Per questo le misure sanitarie più importanti non sono quelle generalizzate sulla popolazione, ma quelle mirate: identificare i casi, isolare i malati, monitorare i contatti e proteggere gli operatori sanitari.

Una nota importante sugli animali domestici

Questo focolaio non deve diventare un motivo per abbandonare ratti, topolini, criceti o altri piccoli roditori domestici.

Uomo che si annusa con un ratto domestico

Shutterstock/2382812585

L’Andes virus è associato a specifici roditori selvatici del Sudamerica, in particolare al colilargo dalla coda lunga, Oligoryzomys longicaudatus, non ai comuni animali da compagnia allevati in ambiente domestico o acquistati da canali controllati.

Il rischio sanitario riguarda soprattutto l’esposizione a roditori selvatici e ai loro escrementi in aree endemiche, non la convivenza responsabile con un animale domestico sano. Come sempre, restano valide le normali regole igieniche: lavarsi le mani dopo aver pulito la gabbia, evitare il contatto con urine e feci, mantenere puliti gli ambienti e rivolgersi a un veterinario se l’animale mostra segni di malattia. L’abbandono, oltre a essere un gesto crudele e illegale, non riduce il rischio: può anzi creare problemi sanitari e ambientali peggiori.

Quali sono i sintomi da tenere d’occhio

Anche sui sintomi serve evitare sia l’allarmismo sia la banalizzazione. Secondo la definizione di caso usata dall’ECDC per questo focolaio, non basta avere febbre o mal di testa per parlare di sospetta infezione da Andes virus.

Il sospetto riguarda persone che sono state sulla stessa nave o sullo stesso mezzo di trasporto di un caso confermato o probabile, oppure che hanno avuto contatti con passeggeri o membri dell’equipaggio della M/V Hondius dal 5 aprile 2026 in poi, e che presentano febbre recente o in corso associata ad almeno uno tra questi sintomi: dolori muscolari, brividi, mal di testa, disturbi gastrointestinali come nausea, vomito, diarrea o dolore addominale, oppure problemi respiratori come tosse, fiato corto, dolore toracico o difficoltà a respirare.

  • Un caso diventa “probabile” se questi sintomi compaiono in una persona che ha avuto un contatto noto con un caso confermato o probabile.
  • Diventa invece “confermato” solo con un test di laboratorio positivo, tramite PCR o test anticorpale.
  • Al contrario, una persona inizialmente considerata sospetta o probabile viene esclusa se i test risultano negativi.

In altre parole: i sintomi contano, ma contano soprattutto nel contesto dell’esposizione. Per chi non è stato esposto alla nave, ai passeggeri o a casi confermati, una febbre con mal di testa resta enormemente più probabile che sia dovuta a cause comuni.

Perché non siamo davanti a uno scenario tipo Covid

Una pandemia richiede due ingredienti insieme: un patogeno capace di causare malattia e, soprattutto, capace di trasmettersi in modo sostenuto nella popolazione.

L’Andes virus può essere molto pericoloso per il singolo paziente. Le forme gravi di sindrome polmonare da hantavirus hanno una letalità elevata, spesso indicata intorno al 40%. Ma letalità e potenziale pandemico non sono la stessa cosa.

Un virus può essere molto letale e, allo stesso tempo, poco adatto a diffondersi su larga scala. È proprio questa la differenza fondamentale rispetto a SARS-CoV-2: il Covid era causato da un virus respiratorio molto efficiente nel passaggio tra persone, anche prima o in assenza di sintomi evidenti. L’Andes virus, invece, ha una trasmissibilità molto più limitata e legata a circostanze specifiche.

In precedenti focolai, la trasmissione interumana dell’Andes virus è stata contenuta con misure classiche di sanità pubblica: isolamento dei casi, quarantena dei contatti ad alto rischio, sorveglianza clinica. Non è corretto presentare un numero di riproduzione fisso e universale “sotto 1”, perché può variare a seconda del contesto e delle misure adottate. È però corretto dire che non ha il profilo di un virus respiratorio pandemico.

Cosa dicono le autorità sanitarie

Le valutazioni di OMS, ECDC e CDC convergono su un punto: il rischio per la popolazione generale è basso.

Il focolaio richiede attenzione clinica, tracciamento dei contatti e sorveglianza dei passeggeri e dell’equipaggio. Ma non ci sono, al momento, segnali di una diffusione comunitaria ampia né di un rischio generalizzato per chi non è stato esposto.

In Europa, inoltre, manca il serbatoio animale tipico dell’Andes virus. Questo rende improbabile che il virus possa stabilirsi localmente attraverso il ciclo roditore-uomo, come avviene nelle aree endemiche del Sudamerica.

Cosa deve fare la popolazione generale?

Per la stragrande maggioranza delle persone, nulla di speciale.

Chi non era a bordo della nave, non ha avuto contatti stretti con casi sospetti o confermati e non vive in aree endemiche non deve cambiare abitudini. Non servono mascherine nella vita quotidiana, non servono disinfettanti extra, non serve evitare luoghi pubblici.

Le raccomandazioni riguardano soprattutto tre gruppi:

  1. passeggeri ed equipaggio della M/V Hondius;
  2. contatti stretti dei casi confermati o probabili;
  3. operatori sanitari che assistono pazienti sospetti o confermati.

Diverso è il discorso per chi vive o viaggia in aree rurali del Sudamerica dove l’Andes virus è endemico. In quei contesti è importante evitare il contatto con roditori e con ambienti contaminati dai loro escrementi, aerare bene baite o locali rimasti chiusi a lungo, e adottare precauzioni durante la pulizia di spazi potenzialmente infestati.

Chi vive a Roma, Milano, Trento o in qualunque altra città italiana, senza esposizioni specifiche, può continuare la propria giornata normalmente.

La vera lezione del focolaio

Questo episodio non ci sta dicendo che ogni nuovo virus è la prossima pandemia. Ci sta dicendo qualcosa di più sottile: dopo il Covid, la nostra soglia di allarme si è abbassata moltissimo.

È comprensibile. Abbiamo imparato che un focolaio locale può diventare globale. Ma non tutti i virus hanno le stesse caratteristiche, non tutti si trasmettono allo stesso modo e non tutti hanno lo stesso potenziale pandemico.

Confondere ogni focolaio con una minaccia globale rischia di produrre due effetti negativi: ansia inutile da una parte, disattenzione dall’altra. Perché mentre ci spaventiamo per minacce improbabili, rischiamo di perdere lucidità su problemi sanitari molto più concreti: resistenza antimicrobica, influenza aviaria, coperture vaccinali in calo, malattie croniche legate agli stili di vita.

L’Andes virus sulla M/V Hondius merita attenzione, sorveglianza e rispetto clinico.
Non panico.

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