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Non ci sono quattro frutti estivi con un’efficacia clinicamente dimostrata nel tenere sotto controllo la pressione. Albicocche, melone, pesche e anguria possono certamente rientrare in un’alimentazione favorevole alla salute cardiovascolare, ma non sono rimedi antipertensivi. A fare la differenza è soprattutto il modello alimentare complessivo, insieme alla riduzione del sale e alla terapia prescritta quando necessaria. Con il caldo, poi, bisogna considerare anche il problema opposto: una pressione che scende troppo.

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Conta l’alimentazione nel suo insieme
Le evidenze sui singoli tipi di frutta sono limitate e non permettono di stilare una classifica dei più efficaci. Le associazioni osservate per il consumo totale di frutta sono più favorevoli, ma non provano che un alimento specifico abbassi direttamente la pressione.
Le prove più solide riguardano invece la dieta DASH, un modello alimentare ricco di frutta e verdura che comprende anche cereali integrali, legumi, frutta a guscio e latticini magri. Questo schema può ridurre la pressione, ma il beneficio deriva dall’insieme degli alimenti e non può essere attribuito a pesche, albicocche o altri singoli frutti.
Anche la riduzione del sodio dispone di evidenze più dirette rispetto alla scelta di un frutto particolare. Per le persone con pressione elevata o ipertensione, le linee guida indicano di limitare il sodio a circa 2 grammi al giorno o meno, equivalenti a circa 5 grammi di sale. Aumentare il potassio non neutralizza automaticamente una dieta molto salata.
Quattro frutti, composizioni diverse
Albicocche, melone, pesche e anguria contengono potassio in quantità differenti. I valori indicativi per 100 grammi sono circa:
- melone: 333 mg;
- albicocche: 320 mg;
- pesche: 260 mg;
- anguria: 128 mg.
Questi numeri descrivono la composizione degli alimenti, non la loro efficacia clinica. Un contenuto maggiore di potassio non significa che un frutto produca una riduzione più marcata della pressione.
In alcune persone ipertese che consumano molto sodio e non hanno una malattia renale moderata o avanzata, aumentare il potassio alimentare attraverso frutta e verdura può contribuire al controllo pressorio. È comunque un intervento sull’alimentazione complessiva, non una ragione per concentrare la dieta su uno di questi quattro alimenti.
Quando il potassio richiede cautela
Più potassio non è sempre meglio. Chi ha una malattia renale avanzata, livelli elevati di potassio nel sangue o assume ACE-inibitori, sartani, spironolattone o altri diuretici risparmiatori di potassio non dovrebbe aumentare indiscriminatamente i frutti ricchi di potassio.
La restrizione non va estesa automaticamente a tutte le persone con una malattia renale lieve. La scelta dipende dalla funzione renale, dagli esami e dai farmaci assunti; in alcuni casi può essere opportuno controllare il potassio nel sangue. Anche chi deve limitare i liquidi deve conteggiare l’acqua contenuta nella frutta, compresi melone e anguria.
Caldo, pressione e farmaci
Con temperature elevate la pressione diurna tende mediamente a diminuire, ma la risposta individuale al caldo può variare. La vasodilatazione, la disidratazione e alcuni antipertensivi possono sommarsi e causare pressione troppo bassa, capogiri, svenimenti e cadute. Il rischio è più rilevante negli anziani, nelle persone fragili, in chi assume più farmaci e in chi utilizza diuretici o altri medicinali per la pressione.
Se avverti capogiri persistenti, disturbi quando ti alzi in piedi, riduzione della diuresi o segni di disidratazione, è opportuno confrontarti con il curante. Non sospendere o modificare autonomamente la terapia durante le giornate calde. Confusione, perdita di coscienza o sospetto colpo di calore richiedono invece assistenza urgente.
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