Sai cos’è stato scoperto dall’analisi di 95.000 persone sul sonno e il rischio di malattie?

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Dormire sei ore o otto può accompagnarsi a rischi di malattia diversi. Ma la durata non racconta tutto: contano anche la regolarità del sonno, i risvegli e le sue diverse fasi. Una ricerca su 95.559 partecipanti alla UK Biobank ha esaminato come questi aspetti fossero associati alle malattie comparse negli anni successivi.

Il risultato più netto sulla durata riguarda chi dormiva meno di cinque ore: rispetto a chi dormiva tra sei e otto ore, questo gruppo presentava associazioni sfavorevoli con molte più condizioni di salute. È un confronto osservazionale, però: non prova che dormire poco abbia causato quelle malattie.

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Dal sonno al rischio di malattia

I partecipanti hanno indossato un accelerometro al polso. Un algoritmo ha usato i dati raccolti per stimare la durata e la regolarità del sonno, il tempo trascorso svegli dopo essersi addormentati e la quantità delle diverse fasi, tra cui il sonno REM e quello profondo. Il gruppo è stato seguito per una mediana di 8,9 anni.

La ricerca ha confrontato queste caratteristiche con la comparsa di 1.049 esiti di salute. Nelle analisi si è tenuto conto di caratteristiche demografiche, abitudini di vita ed esposizioni ambientali. Sono emerse 156 associazioni tra aspetti del sonno e nuove diagnosi: un quadro ampio, che richiede di guardare separatamente ai risultati più utili da interpretare.

La durata non segue una regola unica

Per 86 condizioni, il rapporto tra ore dormite e rischio non era lineare: il rischio stimato non cambiava sempre nello stesso modo al crescere della durata del sonno. Per 69 condizioni, il valore associato al rischio più basso si collocava nell’intervallo fra sei e otto ore.

Il confronto per fasce di durata mette in evidenza soprattutto il sonno molto breve. Delle 41 associazioni sfavorevoli individuate rispetto alla fascia di riferimento di sei-otto ore, 37 riguardavano chi dormiva meno di cinque ore. Questo non significa che sei-otto ore siano una soglia capace di prevenire tutte quelle malattie: indica dove si collocavano i rischi stimati nei gruppi esaminati.

Anche le fasi e i risvegli hanno un ruolo nell’analisi

Una maggiore quantità di sonno REM era associata a un rischio più basso per 83 condizioni; per il sonno profondo, le condizioni erano sette. Una maggiore irregolarità del sonno era invece associata a un rischio più alto per tre condizioni, e più tempo svegli dopo essersi addormentati per sei.

Questi numeri descrivono quante associazioni sono state rilevate, non quanto fosse grande la differenza di rischio per una singola malattia. Non permettono quindi, da soli, di stabilire quale caratteristica del sonno conti di più per la salute di una persona.

Resta poi il limite decisivo: lo studio ha osservato le persone senza assegnare loro una durata o un tipo di sonno. Anche dopo le correzioni statistiche, altri fattori potrebbero contribuire alle associazioni. La conclusione più solida è che, in questo gruppo, durata, fasi e continuità del sonno erano legate a rischi futuri diversi. Per sapere se modificare uno di questi aspetti riduca il rischio di malattia serve una prova diversa.

Fonte: Accelerometer-derived real-world sleep stages and risk of incident diseases: A UK Biobank cohort study and phenome-wide association analysis

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