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Il referto arriva, e la riga che salta all’occhio è quasi sempre quella evidenziata in rosso, di solito il colesterolo totale, con un asterisco che segnala “fuori range”. È naturale concentrarsi lì. Ma quel numero, da solo, dice molto meno di quanto sembri: due persone possono avere lo stesso colesterolo totale e un rischio cardiovascolare completamente diverso, perché quel totale è la somma di componenti che si comportano in modo opposto.
Il parametro che la maggior parte delle linee guida considera davvero centrale è un altro: l’LDL è il principale parametro usato per decidere se e come intervenire sul rischio di aterosclerosi. E qui arriva la parte che cambia la lettura del referto: non esiste un LDL “normale” uguale per tutti. Il valore giusto per una persona dipende da età, pressione, fumo, diabete, familiarità e da eventi cardiovascolari già avvenuti. Lo stesso numero può essere accettabile per qualcuno e troppo alto per un altro.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Perché il colesterolo totale non basta
Il colesterolo totale è la somma di quello trasportato dall’LDL, dall’HDL e da altre lipoproteine. Sommandoli, il laboratorio perde l’informazione più utile: quanto di quel colesterolo viaggia nelle particelle che favoriscono i depositi nelle arterie e quanto in quelle che non lo fanno. Un totale sotto 200 mg/dL può sembrare rassicurante, ma chi ha già avuto un evento cardiovascolare può avere bisogno di un LDL molto più basso anche partendo da un totale così.
Per questo motivo la maggior parte dei percorsi clinici oggi non usa più il colesterolo totale come bersaglio principale, ma come primo dato da cui partire per calcolare gli altri.
Cosa significa davvero il numero dell’LDL
Le linee guida europee ESC/EAS indicano diversi obiettivi di colesterolo LDL in base al rischio cardiovascolare complessivo. Questa tabella si legge partendo dalla categoria di rischio stabilita dal medico (nel soggetto sano si può calcolare usando questo strumento HeartScore, come spiegato nel video sotto).
In altre parole la tabella indica a quale LDL puntare e NON permette di ricavare il proprio rischio dal solo valore dell’LDL.
| Rischio cardiovascolare complessivo | Obiettivo di colesterolo LDL |
|---|---|
| Basso | Inferiore a 116 mg/dL: obiettivo che può essere considerato. |
| Moderato | Inferiore a 100 mg/dL: obiettivo da prendere in considerazione. |
| Alto | Inferiore a 70 mg/dL e riduzione di almeno il 50% rispetto al valore prima della terapia. |
| Molto alto | Inferiore a 55 mg/dL e riduzione di almeno il 50% rispetto al valore prima della terapia. |
Maggiore è il rischio cardiovascolare, più basso è l’obiettivo LDL. La categoria di rischio viene stabilita dal medico considerando la storia clinica, gli eventuali precedenti cardiovascolari e fattori come età, pressione, fumo, diabete e funzione renale. Avere un LDL inferiore a 55 mg/dL, quindi, non significa appartenere alla categoria di rischio molto alto.
Per il rischio alto e molto alto, la soglia assoluta e la riduzione percentuale sono due criteri da considerare insieme. Il valore di partenza è quello precedente all’assunzione di farmaci per abbassare il colesterolo; se non è disponibile, il medico può stimarlo. Questi obiettivi non implicano automaticamente la necessità di un farmaco: il percorso viene personalizzato in base al rischio e alla situazione clinica.
Quando i trigliceridi sono elevati, nel diabete o nella sindrome metabolica, l’LDL calcolato in automatico dal laboratorio può risultare impreciso. In quei casi diventa utile guardare anche al colesterolo non-HDL, che si ottiene sottraendo l’HDL dal totale e rappresenta tutto il colesterolo trasportato dalle particelle che favoriscono l’aterosclerosi, non solo quello nell’LDL. È un dato secondario rispetto all’LDL, ma più affidabile proprio nelle situazioni in cui l’LDL calcolato rischia di sottostimare il problema.
C’è poi un equivoco comune sull’HDL, quello che i referti chiamano colesterolo “buono”. Un HDL alto non annulla il rischio associato a un LDL elevato: sono due informazioni diverse, non compensabili tra loro. E aumentare artificialmente l’HDL con un farmaco non ha mostrato di ridurre gli eventi cardiovascolari, anche se un HDL basso resta associato a un rischio maggiore. In pratica, l’HDL descrive un pezzo del quadro, ma non è un bersaglio terapeutico su cui puntare per bilanciare un LDL fuori obiettivo.
Un altro dettaglio che spesso genera dubbi riguarda il digiuno: per lo screening di routine il prelievo può generalmente essere fatto anche senza digiuno, perché il pasto altera soprattutto i trigliceridi e in modo modesto il resto del profilo. Diventa invece necessario un controllo a digiuno quando i trigliceridi sono molto alti o il risultato è difficile da interpretare, perché sopra 400 mg/dL la formula di Friedewald usata per calcolare l’LDL non è più considerata affidabile.
Come calcolare il proprio rischio cardiovascolare?
Quando il referto richiede davvero un contatto con il medico
Ci sono due soglie che meritano attenzione anche senza sintomi. La prima riguarda l’LDL pari o superiore a 190 mg/dL: un valore così alto negli adulti va discusso con il medico per escludere cause secondarie, come problemi alla tiroide o al fegato, e per valutare la possibilità di una forma ereditaria di ipercolesterolemia. Non significa automaticamente avere quella malattia genetica: la diagnosi tiene conto anche di età, familiarità per eventi cardiovascolari precoci ed eventuali segni clinici.
La seconda soglia riguarda i trigliceridi. Il rischio di pancreatite acuta aumenta quando i trigliceridi raggiungono o superano 500 mg/dL, e diventa particolarmente rilevante oltre 1.000 mg/dL: in questi casi la valutazione medica va cercata senza aspettare il prossimo controllo di routine. Valori di trigliceridi sopra 150 mg/dL indicano un profilo meno favorevole, ma da soli non equivalgono a un rischio immediato né richiedono automaticamente un farmaco.
In entrambi i casi vale un principio semplice: il colesterolo alto, anche quando è marcatamente fuori range, di solito non provoca sintomi. Sentirsi bene non è un’informazione sul valore dei propri lipidi, ed è per questo che il numero sul referto conta più delle sensazioni del momento.
Fuori da queste soglie, il percorso più comune è il confronto programmato con il medico che ha richiesto l’esame: serve soprattutto quando il risultato è fuori dai limiti del laboratorio o dal proprio obiettivo personale, in particolare se sono già presenti diabete, malattia renale, precedenti cardiovascolari o una terapia in corso per il colesterolo. È in quel confronto, e non nella lettura isolata del referto, che il numero acquista il significato che conta davvero per le decisioni successive.
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