Prendi l’aspirinetta ogni giorno? Dopo i 65 anni cambia tutto

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Dopo i 65 anni l’aspirinetta sembra quasi un passaggio naturale: una compressa piccola ed economica che molte persone prendono da anni. Se ti chiedi se serva davvero anche a te, la risposta dipende poco dal compleanno. Conta molto di più un’altra informazione: hai già avuto un infarto, un ictus o una malattia delle arterie documentata, oppure stai cercando di evitare il primo evento?

Le due situazioni sono quasi opposte. Quando la malattia c’è già, un antiaggregante è spesso indicato. Si tratta di un farmaco che rende le piastrine meno pronte a formare coaguli. Per prevenire un primo evento, invece, le linee guida attuali sono diventate molto prudenti. Il motivo è un bilancio: il beneficio è piccolo, mentre il rischio di sanguinamento cresce con gli anni.

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Per un primo infarto l’età da sola non basta

Chi non ha mai avuto problemi cardiovascolari si trova in quella che i medici chiamano prevenzione primaria. In questo caso la U.S. Preventive Services Task Force, l’organismo statunitense che valuta gli interventi di prevenzione, raccomanda di non iniziare aspirina a basse dosi dai 60 anni. Il giudizio riguarda l’avvio della terapia. Il farmaco può prevenire qualche evento, ma in questa fascia d’età il beneficio netto atteso manca.

Le società cardiologiche americane sono meno nette. Fra 65 e 70 anni le indicazioni non sono identiche. Secondo American College of Cardiology e American Heart Association si può considerare l’aspirina in adulti selezionati, ad alto rischio cardiovascolare e senza un aumentato rischio di sanguinamento. Oltre i 70 anni l’uso di routine è escluso.

“Si può considerare” è una formula permissiva, lontana da una prescrizione per tutti. Significa che la scelta resta individuale e che il beneficio per il singolo 65-69enne non è dimostrato. Anche un fattore di rischio come il colesterolo o la pressione alti, da solo, resta insufficiente a giustificarla.

Perché il sanguinamento pesa di più con gli anni

L’aspirina rende il sangue meno pronto a coagulare, e qui sta anche il suo limite. Il farmaco aumenta il rischio di sanguinamento gastrointestinale e intracranico, cioè nello stomaco e nell’intestino oppure nel cervello. Con l’età cresce soprattutto l’entità assoluta del rischio emorragico. Anche a bassa dose il rischio resta.

Lo mostra lo studio ASPREE su anziani senza malattia cardiovascolare. Circa 19.100 persone, per lo più di almeno 70 anni, hanno preso aspirina o placebo e sono state seguite per quasi cinque anni. Questi sono gli eventi ogni mille persone seguite per un anno:

Aspirina Placebo
Eventi cardiovascolari 10,7 11,3
Emorragie maggiori 8,6 6,2

Negli eventi cardiovascolari la differenza non era significativa, mentre le emorragie sono aumentate. I dati vengono soprattutto da persone oltre i 70 anni, quindi vanno applicati con cautela a chi ne ha 66 o 67.

Alcune condizioni rendono il sanguinamento più probabile e vanno considerate: un’ulcera o un’emorragia in passato, la pressione alta, l’uso di antinfiammatori non steroidei, cortisonici o anticoagulanti. Ciascuna pesa nella decisione, senza diventare automaticamente un divieto assoluto.

Lo stesso bilancio vale per il diabete, spesso considerato un motivo sufficiente. Un grande studio ha seguito per circa sette anni persone con diabete senza malattia cardiovascolare evidente. Gli eventi vascolari gravi sono scesi dal 9,6 all’8,5%, ma le emorragie maggiori sono salite dal 3,2 al 4,1%.

Per questo le linee guida della Società europea di cardiologia confermano che il diabete da solo non rende automaticamente utile l’aspirina e lasciano spazio a una scelta individuale. Un’eventuale valutazione riguarda chi ha un rischio cardiovascolare elevato e nessun aumento del rischio di sanguinamento.

Dopo un infarto o un ictus la domanda cambia

Quando la malattia è già accertata, l’età smette di essere un ostacolo. Dopo un infarto, angioplastica con stent o bypass coronarico, le linee guida europee raccomandano in genere un antiaggregante a lungo termine, spesso aspirina a basse dosi. Dopo un bypass la scelta raccomandata è l’aspirina. Dopo un infarto o uno stent non recenti, il clopidogrel è un’alternativa efficace.

Nei mesi subito dopo uno stent possono servire due antiaggreganti insieme. La durata è definita e non necessariamente dura tutta la vita.

Un discorso simile vale dopo un ictus ischemico non cardioembolico o un attacco ischemico transitorio. Si tratta di un ictus dovuto alla chiusura di un’arteria, non causato da un coagulo partito dal cuore. Per ridurre il rischio di un nuovo evento si usa in genere un antiaggregante: aspirina o un’alternativa appropriata. L’ictus emorragico resta fuori da questa indicazione.

La fibrillazione atriale segue regole diverse. In questa aritmia l’aspirina non sostituisce l’anticoagulante quando quest’ultimo è indicato per prevenire l’ictus. A volte servono entrambi i farmaci, per esempio dopo una procedura coronarica recente. In quel caso combinazioni e durate vanno stabilite con lo specialista.

Se la prendi già, chiarisci prima il perché

La raccomandazione di non iniziare riguarda chi deve ancora decidere. Se l’aspirinetta fa già parte della tua terapia, non sospenderla da solo. Il passo giusto è rivalutare l’indicazione con il medico, perché il motivo della prescrizione potrebbe essere proprio una malattia già accertata.

Le domande da chiarire sono concrete. La prendi per prevenire un primo evento, oppure dopo un infarto, un ictus o un’angioplastica? Hai uno stent? Assumi anche un anticoagulante? Ognuna di queste risposte può cambiare il quadro.

Se la prendi soltanto in prevenzione primaria, intorno ai 75 anni diventa ragionevole considerare la sospensione. Quest’età deriva da modelli che confrontano benefici e rischi e non è una scadenza obbligatoria. La decisione tiene conto del tuo rischio cardiovascolare, di quello emorragico e delle tue preferenze.

Dopo i 65 anni, quindi, la domanda utile riguarda soprattutto la storia che c’è dietro la compressa. La stessa aspirinetta può proteggere davvero dopo un infarto. In chi non ha mai avuto eventi, invece, spesso aggiunge un rischio di sanguinamento senza un vantaggio dimostrato.

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