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La vitamina D non è una semplice vitamina: è un vero e proprio ormone che regola l’assorbimento di calcio e fosforo, mantenendo ossa forti e un sistema immunitario efficiente.
Ma la verità è che non la otteniamo principalmente dal cibo: circa l’80-90% del nostro fabbisogno proviene dalla sintesi cutanea, grazie all’esposizione ai raggi solari UVB.
Le fonti alimentari esistono, ma sono poche e spesso insufficienti per coprire le necessità quotidiane. Ecco perché, se si sviluppa una vera carenza, la sola dieta non basta: serve una diagnosi medica e, se necessario, un’integrazione specifica.
L’alimento “imbattibile”: un quasi integratore naturale
Olio di fegato di merluzzo. È questo il campione assoluto per contenuto di vitamina D3: un solo cucchiaino (5 ml) può fornire da 400 a oltre 1300 UI, coprendo – o addirittura superando – il fabbisogno giornaliero.
Oggi viene considerato un integratore, ma in origine deriva da un semplice alimento naturale.
Le fonti migliori: i pesci grassi

Shutterstock/guy42
La vitamina D3 (colecalciferolo), la forma più biodisponibile, si trova quasi solo nei prodotti animali.
I pesci grassi dei mari freddi sono le fonti principali:
- Salmone, soprattutto selvaggio (come il Sockeye): 600–1000 UI per 100 g
- Aringhe e sardine: 200–300 UI per 100 g
- Sgombro: 350–400 UI per 100 g
- Tonno in scatola e pesce spada: 150–250 UI per 100 g
Due note importanti
- Mercurio: pesce spada e tonno, predatori di grossa taglia, possono accumulare mercurio. Il consumo va limitato, soprattutto in gravidanza.
- Sostenibilità: preferire pesci più piccoli come sgombro, sardine e aringhe riduce l’impatto ambientale e il rischio di contaminanti.
Il salmone d’allevamento, inoltre, può contenere meno vitamina D e presenta problematiche ambientali rilevanti.
Le altre fonti naturali (un contributo modesto)
Esistono altri alimenti che apportano vitamina D, ma in quantità ridotte:
- Tuorlo d’uovo: circa 40–50 UI per tuorlo, più alte se le galline sono allevate all’aperto o con mangimi arricchiti
- Fegato di manzo: circa 40–50 UI per 100 g
- Formaggi grassi: solo tracce, sproporzionate rispetto al contenuto calorico e di grassi saturi
- Funghi esposti alla luce UV: contengono vitamina D2 (ergocalciferolo), meno attiva della D3 ma comunque utile. Solo i funghi irradiati o cresciuti al sole ne contengono quantità apprezzabili.
Gli alimenti fortificati
In molti Paesi si aggiunge vitamina D a cibi di largo consumo: è la fortificazione alimentare, una misura di salute pubblica utile soprattutto dove il sole scarseggia.
In Italia si trovano prodotti fortificati come:
- Bevande vegetali (soia, avena, mandorla, riso)
- Latte vaccino (verificare sempre l’etichetta)
- Cereali da colazione
- Succhi di frutta, più comuni all’estero
Attenzione, però: la scritta “con vitamina D” non rende sano un alimento. Un cereale ultraprocessato e pieno di zuccheri resta tale anche se fortificato.
La vitamina D aggiunta non compensa un profilo nutrizionale scadente: leggere sempre tutta l’etichetta resta la regola più saggia.
Il vero protagonista: il sole
Nessun alimento può competere con il sole.
L’esposizione della pelle ai raggi UVB è il modo più efficiente per produrre vitamina D. Bastano 10–20 minuti al giorno, nelle ore centrali (10:00–14:00), scoprendo viso, braccia e gambe.
Questa sintesi è efficace solo nei mesi caldi (da maggio a settembre), mentre in inverno, alle nostre latitudini, la produzione si riduce quasi a zero.
Fattori che ne limitano l’efficacia:
- Mesi invernali e latitudini nordiche
- Pelle scura (la melanina filtra gli UVB)
- Età avanzata
- Vetri e creme solari (che restano però fondamentali per proteggere la pelle)