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Chi convive con un fischio, un ronzio o un sibilo costante nelle orecchie vorrebbe una cosa sola: che smettesse. È una richiesta legittima, ma ad oggi purtroppo nessuna terapia riesce a garantirla in modo affidabile per l’acufene cronico.
Quello che la ricerca offre oggi è diverso, e per certi versi più utile: strumenti che possono ridurne il disagio, l’impatto sulla concentrazione, sul sonno, sull’umore, anche quando il suono resta udibile.
Questa distinzione non è un modo elegante per abbassare le aspettative. Cambia proprio il criterio con cui giudicare se una cura funziona. Ed è il punto da cui conviene partire per capire quali strade, tra quelle sperimentali, meritano davvero attenzione.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Cosa significa “funzionare” quando si parla di acufene
Gli studi clinici sull’acufene raramente misurano se il suono scompare. Misurano quanto quel suono limita la vita di chi lo sente, attraverso questionari che valutano handicap percepito, ansia, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno. Un punteggio che migliora indica meno interferenza con la giornata, non un volume percepito più basso o un acufene sparito.
Questo spiega perché la gestione clinica dell’acufene soggettivo cronico punta soprattutto a ridurne il disagio, le limitazioni funzionali e l’impatto sulla qualità di vita. Alcune forme secondarie, legate a una causa identificabile e trattabile, possono migliorare risolvendo quella causa. Ma per la maggioranza delle persone con acufene cronico, l’obiettivo realistico è convivere con un disturbo meno invasivo, non eliminarlo.
Gli interventi con basi più solide
La terapia cognitivo-comportamentale è l’approccio con le evidenze più consistenti in questo senso. Non agisce sul suono, ma sulla risposta emotiva e cognitiva che una persona costruisce attorno ad esso: può ridurre l’impatto negativo dell’acufene sulla vita quotidiana, con un beneficio documentato soprattutto al termine del trattamento e una certezza delle prove definita bassa-moderata. Una versione digitale strutturata, offerta con supervisione appropriata, può rappresentare un primo passo accessibile, ma non va confusa con generiche app di autoaiuto.
Per chi ha anche una perdita uditiva, gli apparecchi acustici possono aiutare: non trattano l’acufene in sé, ma migliorando la percezione dei suoni ambientali riducono il contrasto che rende il ronzio interno più evidente. La raccomandazione a usarli riguarda specificamente le persone con acufene e perdita uditiva, non chi ha un udito nella norma.
Un gradino più impegnativo riguarda gli impianti cocleari, riservati a chi ha una perdita uditiva grave o una sordità monolaterale e soddisfa precisi criteri di candidabilità. In questi casi selezionati l’impianto può ridurre sensibilmente l’acufene, ma resta una scelta chirurgica guidata dalla perdita uditiva, non un trattamento generico per chi sente ancora bene.
La neuromodulazione bimodale e i suoi limiti
Il filone sperimentale che sta generando più attenzione è la neuromodulazione bimodale: dispositivi che abbinano uno stimolo sonoro a una stimolazione elettrica periferica, somministrati in sincronia. Il razionale è che questa doppia stimolazione possa interferire con l’attività neurale anomala associata all’acufene in modo più efficace del solo suono.
I dati più solidi arrivano da un trial multicentrico su un dispositivo di questo tipo, dove tra le persone che mantenevano un acufene almeno moderato dopo sei settimane di sola stimolazione sonora, il 58,6% ha ottenuto un ulteriore miglioramento clinicamente significativo passando alla fase bimodale, contro il 43,2% osservato nella fase di sola stimolazione sonora. È un segnale reale, ma va inquadrato: la neuromodulazione bimodale non ha mostrato superiorità nella coorte completa dei partecipanti, lo studio non era randomizzato né in cieco, e uno degli autori dichiarava un rapporto di consulenza con l’azienda produttrice.
Il dispositivo ha ottenuto negli Stati Uniti una classificazione regolatoria che ne autorizza la commercializzazione per il sollievo dell’acufene. Questo tipo di autorizzazione, però, non equivale a una cura dimostrata su basi solide quanto quelle richieste per un farmaco: si basa su uno studio con i limiti metodologici appena descritti, e non garantisce che il beneficio si mantenga a lungo o che funzioni allo stesso modo per tutti.
Un approccio concettualmente simile, la stimolazione uditivo-somatosensoriale con tempistica precisa, ha mostrato risultati incoraggianti in un trial randomizzato e in doppio cieco su persone con acufene somatico, quello modulabile da movimenti della mandibola o del collo. Anche qui, però, la stimolazione uditivo-somatosensoriale è stata testata su un campione di 99 persone in un solo centro, con un acufene di un tipo specifico: un risultato promettente ma non ancora generalizzabile.
Perché non esiste (ancora) una soluzione unica
Altre tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva, come la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva e quella a corrente diretta, restano nella fase in cui il beneficio non è confermato. Una meta-analisi recente non ha trovato un effetto aggregato statisticamente significativo per nessuna delle due, complice l’estrema variabilità di protocolli, bersagli cerebrali e popolazioni studiate. Non esiste ancora, in questo campo, un beneficio clinico affidabile e riproducibile.
Sul fronte farmacologico la situazione è altrettanto netta: non è stato individuato un trattamento farmacologico o un integratore capace di curare in modo affidabile l’acufene idiopatico cronico. Questo non significa che i farmaci siano inutili in assoluto, quando servono a trattare una patologia concomitante o una causa specifica identificata, ma è un’indicazione diversa dal trattare l’acufene come tale. Chi assume farmaci prescritti per altre ragioni non deve interromperli sulla base di questa distinzione.
Il quadro che emerge da questi risultati non è quello di una ricerca ferma, ma di una ricerca che sta scoprendo quanto l’acufene sia in realtà più condizioni diverse sotto lo stesso nome. Il sottogruppo che risponde alla neuromodulazione bimodale, quello con acufene somatico modulabile, quello con perdita uditiva associata: ciascuno sembra rispondere a leve diverse. È plausibile che il futuro assomigli meno a una cura unica e più a un percorso che identifica il sottotipo di acufene prima di scegliere lo strumento, anche se oggi mancano ancora criteri affidabili per fare questa previsione caso per caso.
Un acufene che compare all’improvviso insieme a una perdita uditiva, entro pochi giorni, richiede una valutazione medica tempestiva, idealmente entro 24 ore. Lo stesso vale per un acufene pulsatile, percepito solo da un orecchio o accompagnato da vertigini acute o sintomi neurologici nuovi: non sono segnali da monitorare da soli, ma condizioni da far controllare, anche se spesso non nascondono nulla di grave.
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