Sclerosi multipla: le lesioni corticali contano anche senza ricadute

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La notizia in breve

La sclerosi multipla può colpire la corteccia cerebrale già nelle prime fasi della malattia, con conseguenze su mobilità, memoria, attenzione e funzioni cognitive. È quanto emerge da una rassegna pubblicata su Nature Reviews Neurology da ricercatori dell’Università di Verona, in collaborazione con l’Imperial College London. Il lavoro raccoglie 25 anni di ricerca sulle lesioni corticali integrandoli con la letteratura scientifica internazionale, evidenziando come il numero e l’estensione delle lesioni siano associati al peggioramento della disabilità, al deterioramento cognitivo e alla progressione della patologia anche in assenza di ricadute cliniche.

Le tecniche avanzate di risonanza magnetica permettono di individuare una parte significativa di queste lesioni, sebbene una quota rilevante del danno rimanga invisibile agli esami convenzionali. La ricerca punta sull’integrazione tra risonanza magnetica quantitativa e ad alto campo, biomarcatori, trascrittomica e intelligenza artificiale per identificare precocemente i pazienti a maggior rischio, monitorare la risposta alle terapie e sviluppare farmaci mirati contro l’infiammazione persistente del sistema nervoso centrale.

Come ha spiegato Massimiliano Calabrese, primo autore della ricerca e neurologo del dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento dell’Università di Verona, “le lesioni corticali sono passate dall’essere un aspetto quasi invisibile della malattia a rappresentare uno degli indicatori più importanti della sua biologia e della sua possibile evoluzione. La sfida ora è trasformare queste conoscenze in strumenti diagnostici più sensibili, capaci di identificare precocemente i pazienti a maggiore rischio di progressione, per arrivare a una vera personalizzazione della terapia. L’obiettivo è scegliere il trattamento più adatto in base ai meccanismi biologici che guidano la malattia nel singolo paziente e, parallelamente, sviluppare nuove terapie capaci di agire con precisione su quell’infiammazione”.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Il significato delle lesioni corticali

Nella sclerosi multipla, il sistema immunitario alimenta un processo infiammatorio che danneggia la mielina e, in parte, le cellule nervose. Il coinvolgimento non riguarda soltanto la sostanza bianca: può interessare anche la corteccia cerebrale, lo strato più esterno del cervello che partecipa al controllo del movimento e a funzioni come memoria, attenzione e capacità di elaborare informazioni.

Le lesioni corticali possono quindi contribuire sia alle difficoltà motorie sia ai disturbi cognitivi. Questi ultimi non si presentano necessariamente come una perdita globale delle capacità intellettive, ma possono manifestarsi con maggiore lentezza mentale, affaticamento cognitivo o difficoltà nel mantenere l’attenzione e recuperare informazioni.

Ricadute e progressione non coincidono

Un aspetto clinico importante è la distinzione tra ricadute e progressione. Le ricadute sono episodi riconoscibili di comparsa o peggioramento di sintomi neurologici, mentre l’accumulo di disabilità può avvenire anche gradualmente, senza eventi clinici evidenti.

Il danno corticale aiuta a comprendere questa possibile dissociazione. L’infiammazione persistente nel sistema nervoso centrale, la perdita di connessioni nervose e la ridotta capacità di compensazione del cervello possono procedere in modo poco appariscente, pur avendo conseguenze funzionali nel tempo. La presenza di lesioni, tuttavia, non consente da sola di prevedere con certezza l’evoluzione individuale, che dipende da molte componenti biologiche e cliniche.

I limiti delle immagini

La risonanza magnetica è fondamentale per osservare l’attività della malattia, ma ciò che appare nelle immagini non coincide con tutto il danno biologico presente. Le lesioni corticali possono essere piccole, poco distinguibili dai tessuti circostanti o collocate in aree difficili da visualizzare con gli esami convenzionali.

Le tecniche più avanzate aumentano la sensibilità, ma non eliminano ogni limite. Inoltre, identificare una lesione non significa automaticamente conoscerne l’età, l’attività infiammatoria o l’impatto funzionale: la relazione tra immagini e sintomi varia da persona a persona anche grazie alla capacità del cervello di riorganizzare le proprie reti.

Verso una valutazione integrata

La prospettiva più rilevante è integrare immagini, biomarcatori e caratteristiche cliniche, anziché affidarsi a un singolo indicatore. L’intelligenza artificiale può contribuire a riconoscere configurazioni complesse e lesioni difficili da rilevare, ma i suoi risultati richiedono validazione, standardizzazione e controllo della qualità dei dati.

La personalizzazione della terapia resta quindi un obiettivo in evoluzione, non una conseguenza già automatica della scoperta di lesioni corticali. Il passaggio decisivo sarà dimostrare quali combinazioni di segnali permettano davvero di distinguere precocemente i diversi profili di rischio e di orientare le scelte cliniche con maggiore precisione.

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