La notizia in breve
Negli Stati Uniti, uno studio coordinato dal Mass General Brigham di Boston e pubblicato sulla rivista Nature Medicine indica che una riattivazione del virus di Epstein-Barr potrebbe essere la responsabile nascosta della comparsa delle ricadute nella sclerosi multipla recidivante-remittente, con segnali visibili già tre mesi prima.
I ricercatori hanno analizzato campioni provenienti da 114 pazienti con la forma recidivante-remittente e da 21 partecipanti sani, spiegando che “Nonostante decenni di ricerca, gli eventi cellulari e molecolari che precedono la ricaduta della sclerosi multipla rimangono compresi in modo incompleto”. I test hanno rilevato che già 90 giorni prima della manifestazione clinica della ricaduta il sistema immunitario presentava cambiamenti rispetto alle fasi di remissione. Le variazioni più evidenti riguardavano i linfociti B, capaci di ospitare il virus in forma latente, i quali mostravano caratteristiche genetiche connesse alle risposte antivirali, all’infiammazione e all’attività del virus stesso. L’ipotesi formulata è che la riattivazione virale, associata a specifici geni di rischio, inneschi una reazione immunitaria anomala.
La coordinatrice della ricerca, Tanuja Chitnis, ha affermato che “Questo studio mette insieme tutti i pezzi del puzzle, mostrando la cronologia di come il virus riattivato interagisca con i geni di rischio per scatenare l’infiammazione prima che si verifichi la ricaduta”. Sul fronte delle possibili implicazioni per le cure, Chitnis ha aggiunto che “Attualmente, la maggior parte dei trattamenti per la sclerosi multipla agisce sopprimendo in modo ampio il sistema immunitario. I nostri risultati suggeriscono che esiste l’opportunità di essere più precisi, sviluppando approcci che colpiranno direttamente il virus di Epstein-Barr o le specifiche cellule immunitarie coinvolte nella ricaduta”.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Il significato clinico
La sclerosi multipla recidivante-remittente alterna fasi di relativa stabilità a ricadute, durante le quali l’infiammazione nel sistema nervoso centrale provoca sintomi nuovi o il peggioramento di disturbi già presenti. Le alterazioni immunitarie possono iniziare prima della manifestazione clinica, quando il paziente non avverte ancora cambiamenti evidenti.
Il virus di Epstein-Barr è particolarmente interessante perché, dopo l’infezione iniziale, rimane nell’organismo in forma latente soprattutto nei linfociti B. Queste cellule non producono soltanto anticorpi, ma regolano anche altre componenti della risposta immunitaria e possono contribuire ai processi infiammatori coinvolti nella sclerosi multipla.
Un possibile innesco, non ancora una prova definitiva
I risultati descritti suggeriscono una sequenza plausibile: il virus si riattiva nei linfociti B, la risposta antivirale si intreccia con una predisposizione genetica e si crea un ambiente favorevole alla ricaduta. Questo modello potrebbe aiutare a spiegare perché l’attività della malattia cambi nel tempo e perché le ricadute non siano eventi immunologicamente improvvisi, anche quando appaiono tali sul piano dei sintomi.
È però necessario distinguere tra associazione biologica e rapporto causale. La presenza di segnali di riattivazione prima della ricaduta rafforza l’ipotesi di un coinvolgimento del virus, ma non dimostra da sola che esso sia la causa immediata di ogni episodio. I cambiamenti osservati potrebbero essere parte di una rete più ampia, nella quale interagiscono patrimonio genetico, cellule immunitarie e altri fattori ancora non completamente definiti.
Le possibili ricadute sulla cura
Se questi segnali fossero confermati e risultassero riproducibili, potrebbero contribuire alla ricerca di biomarcatori precoci dell’attività di malattia. Un biomarcatore utile, tuttavia, deve distinguere con sufficiente affidabilità una ricaduta imminente dalle normali oscillazioni del sistema immunitario e deve mantenere il proprio valore in gruppi di pazienti diversi.
Anche l’ipotesi di interventi più selettivi è clinicamente rilevante. Colpire il virus o soltanto le popolazioni cellulari implicate potrebbe, in teoria, limitare alcuni effetti indesiderati della soppressione immunitaria più ampia. Rimangono però questioni essenziali: la latenza virale è biologicamente complessa, i linfociti B svolgono funzioni utili e un segnale associato alla ricaduta non costituisce automaticamente un bersaglio terapeutico efficace e sicuro.
Lo studio offre quindi soprattutto una cornice meccanicistica per comprendere ciò che precede le ricadute. La possibile traduzione in strumenti predittivi o terapie mirate richiede ulteriori conferme e non modifica, da sola, l’attuale gestione clinica della sclerosi multipla.
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