Usi l’IA per valutare i tuoi sintomi? Ecco cosa può succedere

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Ti è mai capitato di descrivere un sintomo a un chatbot prima ancora di parlarne con qualcuno? Molte persone, soprattutto giovani, lo fanno ormai in modo spontaneo: l’assistente risponde subito, a qualsiasi ora e senza giudicare. Resta da capire che rapporto ci sia tra questa abitudine e il modo in cui ci sentiamo. Un nuovo studio ha provato a guardare proprio lì. Il quadro che emerge merita attenzione, a patto di leggerlo con la giusta prudenza.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Che cosa hanno osservato i ricercatori

I ricercatori hanno analizzato le risposte a un questionario compilato da oltre 96.000 studenti universitari statunitensi. Il campione era costruito per rappresentare la popolazione studentesca del paese. Tra le varie domande, si chiedeva se avessero usato strumenti di intelligenza artificiale generativa, cioè programmi capaci di conversare e produrre testi, per questioni legate alla salute.

Gli stessi partecipanti compilavano brevi test di screening. Sono strumenti che non fanno diagnosi: segnalano quando i sintomi di ansia o depressione raggiungono un livello degno di attenzione clinica.

I risultati principali

Chi dichiarava di rivolgersi all’intelligenza artificiale per temi di salute superava più spesso le soglie di questi test. Il dato regge anche dopo aver tenuto conto di alcune caratteristiche personali e sociali. In termini statistici, le probabilità relative di un risultato positivo erano più alte di circa il 50% per l’ansia e del 46% per la depressione.

Il legame restava simile anche quando i ricercatori consideravano chi aveva già ricevuto in passato una diagnosi di uno di questi disturbi. È un elemento interessante, perché riduce il peso di una spiegazione troppo semplice. Non basta però a chiarire il meccanismo.

Associazione non significa causa

Lo studio è osservazionale: fotografa una situazione in un dato momento, senza seguire le persone nel tempo. Non può quindi stabilire che cosa venga prima. È plausibile che chi è già in ansia o giù di morale cerchi più spesso risposte e rassicurazioni, anche da una macchina.

Gli autori propongono anche un’altra ipotesi, quella di un possibile circolo. Un dubbio porta a una domanda, la risposta apre nuovi dubbi, e si torna a chiedere. Le due spiegazioni potrebbero coesistere, ma nessuna delle due è dimostrata. Per questo i ricercatori descrivono l’uso dell’intelligenza artificiale per la salute come un possibile campanello d’allarme, non come una causa.

Ci sono poi altri limiti. I dati risalgono a una fase in cui questi strumenti erano diffusi da poco, e le abitudini nel frattempo sono cambiate. Il campione riguarda solo studenti universitari americani, quindi non sappiamo se il risultato valga per altre età o altri contesti. Le risposte, infine, sono autodichiarate.

Cosa puoi portare a casa

Fare una domanda di salute a un chatbot non ti farà venire l’ansia: questo studio non lo dimostra in alcun modo. Può essere utile però osservare come ti senti dopo la conversazione. Se lo scambio ti aiuta a capire quale passo concreto fare, per esempio prenotare una visita, lo strumento ha svolto il suo compito.

Può succedere invece che tu riformuli la stessa domanda più volte, cercando una certezza che non arriva. Quel bisogno di rassicurazione continua merita di essere preso sul serio. Parlarne con il medico o con uno psicologo spesso aiuta più di un’ulteriore risposta generata da un programma. Le risposte di questi strumenti possono suonare convincenti anche quando sono incomplete o sbagliate.

Chi lavora con i giovani, come i servizi di consulenza universitari, potrebbe trovare utile chiedere anche di questo. Il modo in cui una persona cerca informazioni sulla propria salute può dire qualcosa su come sta.

Fonte scientifica

Paper originale: Associations of Generative AI Use for Health Issues With Anxiety and Depression
Rivista: Journal of Counseling & Development
DOI: 10.1002/jcad.70064

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