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Chi convive con il Parkinson, o accompagna una persona cara lungo questo percorso, prima o poi si chiede se esista qualcosa da fare ogni giorno, oltre a prendere i farmaci. È una domanda legittima, fatta di speranza e a volte anche di frustrazione. Un nuovo studio aggiunge un tassello alla risposta, ma va letto con attenzione per non chiedergli più di quanto possa dire.

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Che cosa hanno osservato i ricercatori
Il gruppo di ricerca ha seguito nel tempo poco meno di trecento persone con malattia di Parkinson di grado lieve o moderato, con un’età media intorno ai 66 anni. Si tratta di uno studio osservazionale: a nessuno è stato assegnato un programma di esercizio. I ricercatori si sono limitati a registrare quanto ciascuno si muoveva e come evolveva la malattia.
L’attività fisica è stata raccolta con interviste strutturate. Sono stati considerati il tempo complessivo dedicato al movimento, la quantità totale di sforzo e il tempo passato in attività intense. Sul versante della malattia sono stati misurati due aspetti. Il primo erano i sintomi motori, valutati con una scala clinica standard. Il secondo erano le capacità cognitive, cioè memoria, attenzione e ragionamento, esplorate con un breve test. Il monitoraggio è durato fino a sette anni per il movimento e fino a cinque per le funzioni cognitive.
Più movimento, peggioramento più lento
I ricercatori hanno diviso i partecipanti in tre gruppi in base al tempo totale di attività, e ne è emerso un quadro coerente. Chi si muoveva meno mostrava un calo cognitivo annuo più evidente. Nel gruppo più attivo, invece, i punteggi restavano quasi stabili. Una tendenza simile è comparsa per i sintomi motori, ma qui il risultato è al limite della significatività statistica: va quindi considerato più fragile.
Un dettaglio interessante riguarda il tipo di attività. Una volta considerato il tempo totale, lo sforzo intenso non aggiungeva un vantaggio proprio. Contavano piuttosto la durata complessiva e il fatto di essere attivi nel periodo recente, a prescindere da quanto ci si fosse mossi nei dieci anni precedenti. È un’indicazione e non una prova. Suggerisce però che la regolarità possa pesare più dell’intensità.
Perché serve prudenza
Un’associazione non dimostra un rapporto di causa ed effetto. È possibile che l’attività fisica rallenti davvero la malattia. Ma è altrettanto plausibile la spiegazione inversa: chi ha una forma meno aggressiva riesce semplicemente a muoversi di più. Questo studio non permette di distinguere tra le due ipotesi.
Ci sono anche altri limiti. L’attività era riferita dai partecipanti stessi, e ricordare con precisione quanto ci si muove non è facile. Chi aderisce a ricerche di questo tipo tende poi a stare meglio della media. Questi partecipanti, in particolare, partivano con funzioni cognitive relativamente buone. I risultati potrebbero quindi non valere allo stesso modo per chi ha una malattia più avanzata.
Che cosa puoi portare a casa
Se hai il Parkinson, o ti prendi cura di qualcuno che ne è affetto, questo studio non offre una ricetta. Si aggiunge però a un insieme di dati che da tempo considerano il movimento una parte utile della gestione della malattia, accanto alle cure mediche e non al loro posto. Il messaggio più ragionevole è che non servono sforzi estremi. Camminare a passo svelto, occuparsi della casa o praticare con regolarità un’attività che ti piace potrebbe avere un suo valore.
Ogni persona ha un equilibrio, un rischio di cadute, un livello di stanchezza e altre condizioni diverse. Per questo è sensato parlarne con il neurologo o con un fisioterapista, che possono aiutarti a trovare un tipo e una dose di attività adatti a te. Nei giorni in cui muoversi pesa di più, può aiutare ricordare che anche un impegno piccolo, se ripetuto nel tempo, non è mai inutile.
Fonte scientifica
Paper originale: Physical Activity and Motor and Cognitive Progression in Parkinson Disease: A Longitudinal Cohort Study.
Rivista: Neurology
DOI: 10.1212/wnl.0000000000218682
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