C’è chi alle sette del mattino è già lucido e pronto a partire, e chi alla stessa ora fatica a mettere insieme due pensieri. Non è questione di pigrizia: la tendenza a sentirsi più attivi di mattina o di sera dipende in buona parte dalla biologia. Eppure la giornata lavorativa della maggior parte delle persone segue orari pensati per chi si alza presto. Un nuovo studio si è chiesto se questo scarto, vissuto per anni, possa avere a che fare con la capacità di restare al lavoro fino alla pensione.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Che cosa hanno studiato i ricercatori
L’indagine ha seguito oltre 5.600 adulti nati nello stesso anno in due regioni del nord della Finlandia. All’inizio avevano 46 anni ed erano ancora in attività. Con un breve questionario i ricercatori hanno stabilito il loro cronotipo, cioè la preferenza naturale per ritmi più mattutini o più serali. Per verificare l’affidabilità della misura, hanno confrontato le risposte con un punteggio genetico legato alla predisposizione a essere mattinieri. Le due informazioni risultavano coerenti.
I partecipanti sono stati poi seguiti per 12 anni attraverso i registri nazionali, fino ai 57 anni. L’obiettivo era capire chi avesse ottenuto una pensione di invalidità, cioè il sostegno che si riceve quando una malattia riduce in modo serio e duraturo la capacità di lavorare.
Che cosa è emerso
I “serotini”, cioè le persone con una chiara preferenza per le ore serali, erano circa un uomo su dieci e una donna su otto. Nel periodo osservato ha ricevuto una prima pensione di invalidità circa il 5% degli uomini e l’8% delle donne. Tra i serotini le percentuali salivano a circa l’8% e il 12%.
Rispetto ai mattinieri, il rischio stimato era di circa 1,7 volte più alto in entrambi i sessi. Il dato non cambiava tenendo conto di istruzione e condizione socioeconomica. Vale la pena guardare anche i numeri assoluti: la grande maggioranza delle persone serotine ha continuato a lavorare senza ricorrere a questo tipo di pensione.
Un legame, non una causa dimostrata
Si tratta di uno studio osservazionale: i ricercatori hanno registrato ciò che accadeva, senza intervenire. Questo tipo di ricerca può mostrare che due fenomeni vanno insieme, ma non prova che uno provochi l’altro. Essere serotini, da solo, non spiega perché qualcuno lasci prima il lavoro.
Gli autori ipotizzano che conti soprattutto la salute. Chi ha ritmi serali tende in media a stare un po’ peggio, forse per abitudini di vita meno favorevoli o per un sonno che si scontra con gli orari imposti dalla società. Resta però un’ipotesi da verificare.
Ci sono poi limiti da considerare. Il cronotipo è stato misurato una sola volta, e i cambiamenti di salute o di vita avvenuti dopo i 46 anni non sono stati seguiti del tutto. Il gruppo studiato, pur vario per professioni e condizioni sociali, appartiene a una sola generazione di un’area geografica specifica. Non è detto che i risultati valgano allo stesso modo altrove.
Che cosa puoi portare a casa
Se ti riconosci tra i nottambuli, questo studio non ti condanna a nulla. Può però essere un invito a prestare un po’ più di attenzione alla tua salute con l’avanzare dell’età. La regolarità del sonno, il movimento, l’alimentazione e la gestione dello stress sono pilastri validi per chiunque. Contano forse ancora di più quando i propri ritmi naturali non coincidono con quelli del lavoro.
Il tema riguarda anche chi organizza il lavoro. Una maggiore flessibilità degli orari potrebbe essere una strada da esplorare, anche se questo studio non ne misura l’efficacia. Se da tempo convivi con stanchezza persistente o sonno disturbato, parlarne con il medico resta la scelta più sensata. È il punto di partenza per capire che cosa, nel tuo caso, si può migliorare.
Fonte scientifica
Paper originale: Evening chronotype and disability pensions: 12-year register-based follow-up of middle-aged adults from the Northern Finland birth cohort 1966.
Rivista: Occupational and environmental medicine
DOI: 10.1136/oemed-2026-110995
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