Capire se una diagnosi aiuta davvero non è un dettaglio tecnico. Per molte persone significa trovare spiegazioni, accesso ai servizi, tutele a scuola o sul lavoro. Ma significa anche evitare etichette sbagliate. Un nuovo lavoro riapre una domanda delicata: la categoria di disturbo dello spettro autistico è diventata così ampia da rischiare, in alcuni casi, di confondere problemi molto diversi tra loro?

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Che cosa mette in discussione lo studio
Questo lavoro non prova che l’autismo sia “sovradiagnosticato” in generale, né sostiene che molte diagnosi siano necessariamente errate. Piuttosto, propone una riflessione critica su come i criteri diagnostici si siano allargati nel tempo.
Secondo gli autori, nel corso dei decenni la definizione clinica è passata da un quadro più ristretto a uno molto più inclusivo. Oggi possono rientrare nella stessa etichetta persone con bisogni molto diversi: da chi ha importanti difficoltà cognitive e necessita di assistenza continua, a chi presenta soprattutto differenze sociali, sensoriali o relazionali e riceve la diagnosi in adolescenza o età adulta.
Il punto centrale è che una categoria così ampia può essere meno utile sul piano medico, se non distingue bene cause, caratteristiche e bisogni.
Che cosa mostrano i dati citati
Il lavoro riassume diversi filoni di ricerca. Uno riguarda la prevalenza, cioè quante persone ricevono la diagnosi: le stime sono salite molto rispetto al passato. Un altro riguarda la composizione dei casi: oggi, rispetto a decenni fa, una quota minore delle persone diagnosticate ha una disabilità intellettiva associata. Questo suggerisce che l’aumento delle diagnosi riguarda soprattutto forme senza grave compromissione cognitiva.
C’è anche un cambiamento nell’età della diagnosi. Una parte importante dell’aumento sembra concentrarsi nelle diagnosi più tardive, spesso in adolescenza o in età adulta, con una crescita marcata nelle donne.
Secondo i dati discussi nel paper, i casi diagnosticati molto presto e quelli identificati più tardi potrebbero non rappresentare un gruppo omogeneo. Alcune analisi genetiche e cliniche suggeriscono infatti differenze rilevanti tra questi sottogruppi. C’è poi il tema delle comorbilità, cioè la presenza di altre condizioni insieme all’autismo: ansia, depressione, disturbo da deficit di attenzione e altre difficoltà sono molto frequenti, ma non distribuite in modo uniforme.
Perché questo tema interessa anche fuori dagli ambulatori
Per una persona comune, la questione non è teorica. Se una diagnosi raccoglie situazioni molto diverse, rischia di diventare poco precisa. Questo può avere conseguenze concrete: interventi meno mirati, percorsi di cura non adatti, risorse distribuite male.
Il lavoro richiama anche fattori culturali che possono influenzare il fenomeno, come la maggiore visibilità pubblica dell’autismo, la diffusione di contenuti online e l’autodiagnosi. Questo non significa che chi si riconosce in certi tratti “si inventi” un problema. Significa però che somiglianze superficiali possono nascondere origini diverse, per esempio ansia sociale, depressione, trauma o altre condizioni del neurosviluppo.
Che cosa puoi portarti a casa
Il messaggio più utile è semplice: una diagnosi, da sola, non basta a descrivere una persona. Conta capire quali difficoltà concrete ci sono, da quanto tempo, in quali contesti compaiono e quali supporti servono davvero.
Questo studio è un’analisi critica e interpretativa, non un esperimento che dimostra un rapporto causa-effetto. Quindi non permette di concludere che i criteri attuali siano sbagliati in blocco o che molte diagnosi siano false. Ma invita a maggiore cautela, soprattutto nei casi valutati tardi e in presenza di sintomi che si sovrappongono ad altri disturbi.
In pratica, il punto non è togliere importanza all’autismo, ma evitare che un’etichetta troppo larga perda utilità clinica. Per chi cerca risposte, questo si traduce in una richiesta ragionevole: meno fretta nel dare un nome, più attenzione al profilo individuale e ai bisogni reali.
Fonte scientifica
Paper originale: Autism spectrum disorder: has it lost its meaning and is it leading to misdiagnosis?
Rivista: Psychological Medicine
DOI: 10.1017/S0033291726105376
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