Due persone colpite da un ictus simile, alla stessa età, possono ritrovarsi mesi dopo in condizioni molto diverse: una ha recuperato quasi del tutto, l’altra fatica ancora a camminare o a trovare le parole. Le ragioni sono tante e in parte ancora poco chiare. Una nuova ricerca invita a guardare anche in un posto inatteso, cioè l’intestino e i batteri che lo abitano.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Che cosa hanno studiato i ricercatori
L’ictus ischemico si verifica quando un vaso che porta sangue al cervello si chiude. Il danno però non dipende solo dall’interruzione del flusso. Nelle ore e nei giorni successivi il sistema immunitario si attiva e può aggravare oppure contenere la lesione. Il gruppo di ricerca ha cercato di capire se i microbi intestinali orientino questa risposta.
Gran parte del lavoro è stata condotta su topi, con esperimenti di laboratorio molto dettagliati. A questi si è aggiunta un’analisi del microbiota di persone ricoverate per ictus.
Una molecola prodotta dai batteri
Al centro c’è l’indolo, una sostanza che alcuni batteri, in particolare certi ceppi di Escherichia coli, ricavano dal triptofano, un amminoacido presente in molti alimenti proteici. Per produrlo serve un gene specifico, chiamato tnaA.
Negli animali con ictus più grave questi batteri e l’indolo erano più abbondan
Fonte scientifica
Paper originale: Gut microbiota primes stroke severity via the AHR in intestinal dendritic cells
Rivista: Cell
DOI: 10.1016/j.cell.2026.09.013
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