HPV, “Traguardo zero”: perché il 95% di copertura è decisivo

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La notizia in breve

L’obiettivo “Traguardo zero” punta all’eradicazione del Papillomavirus (Hpv), patogeno collegato a diverse neoplasie. Secondo i dati richiamati dal presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Rocco Bellantone, all’apertura del convegno ‘Traguardo zero, Strategie e alleanze per il contrasto all’HPV’, il virus è associato al 97% dei tumori del collo dell’utero, all’88% dei tumori anali, al 70% dei tumori vaginali, al 50% dei tumori del pene, al 43% dei tumori vulvari e a una quota compresa tra il 26 e il 30% dei tumori del distretto testa-collo.

Bellantone ha spiegato che “una parte importante di questo carico di malattia può essere prevenuta, e disponiamo di strumenti di prevenzione primaria, attraverso la vaccinazione, e di prevenzione secondaria, attraverso lo screening cervicale con Pap test e HPV test”. Il presidente dell’Iss ha segnalato tuttavia che “i dati sulle coperture vaccinali mostrano ancora una significativa variabilità tra i territori e nessuna Regione raggiunge l’obiettivo del 95 per cento in tutte le coorti considerate”, indicando l’esigenza di “ridurre la distanza tra ciò che la scienza ci permette di fare e ciò che riusciamo effettivamente a garantire alle persone”.

Secondo Bellantone, la risposta deve dipendere “sempre meno dal luogo in cui una persona vive, dalla sua condizione sociale o dalla sua capacità di orientarsi nel sistema, e sempre più dalla forza di una prevenzione capace di raggiungere tutti”. Per questo traguardo ha sollecitato la collaborazione tra istituzioni nazionali e territoriali, Servizio sanitario, comunità scientifica e professionisti della salute, insieme a scuola, associazioni, famiglie e cittadini.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Dall’infezione al tumore

Il Papillomavirus umano è una famiglia di virus molto diffusi, trasmessi soprattutto per contatto diretto di cute e mucose, in particolare per via sessuale. Nella maggior parte dei casi l’infezione non dà sintomi e viene eliminata spontaneamente dal sistema immunitario. Il problema nasce quando l’infezione da genotipi definiti ad alto rischio persiste nel tempo.

In queste condizioni il virus integra parte del proprio materiale genetico nelle cellule infettate e produce proteine che disattivano i meccanismi cellulari di controllo della crescita. Ne derivano lesioni precancerose che, in un arco di anni, possono evolvere in tumore. Questa progressione lenta spiega perché la prevenzione può intervenire prima che la malattia si manifesti. Alcuni fattori favoriscono la persistenza dell’infezione, tra cui il fumo di sigaretta e le condizioni di immunodepressione.

Due livelli di prevenzione

La prevenzione primaria, cioè la vaccinazione, agisce prima del contagio. Per questo viene offerta in età preadolescenziale, quando la probabilità di un’esposizione precedente è bassa e la risposta immunitaria è particolarmente efficace. Il vaccino è rivolto a entrambi i sessi, perché il virus è implicato anche in tumori maschili come quelli del pene, dell’ano e dell’orofaringe, e perché la protezione di una parte ampia della popolazione riduce la circolazione complessiva del virus.

La prevenzione secondaria riguarda lo screening del collo dell’utero, che si basa su due esami con logiche diverse. Il Pap test osserva le cellule per individuare alterazioni già presenti, mentre l’HPV test ricerca direttamente il materiale genetico dei genotipi ad alto rischio, intercettando l’infezione prima che produca danni visibili. Le due strategie sono complementari: anche chi è vaccinato rientra nei programmi di screening, perché il vaccino non copre tutti i genotipi oncogeni.

Cosa resta scoperto

Per i tumori anali, vulvari, del pene e del distretto testa-collo non esistono programmi di screening organizzati paragonabili a quello cervicale. Per queste sedi la vaccinazione rappresenta quindi lo strumento preventivo principale. Nei tumori della testa e del collo, inoltre, il Papillomavirus convive con altri fattori di rischio consolidati, in particolare tabacco e alcol, che restano determinanti indipendenti.

L’uso del preservativo riduce la trasmissione ma non la azzera, perché il virus può trovarsi anche su aree cutanee non coperte.

Il nodo della copertura

L’obiettivo di una copertura vaccinale del 95% ha una motivazione epidemiologica. Oltre una certa soglia la protezione si estende indirettamente anche a chi non è vaccinato, e la circolazione del virus può ridursi in modo stabile. Le differenze territoriali nelle coperture e nell’adesione allo screening si traducono quindi in differenze nel rischio futuro di malattia.

Sul piano scientifico, gli effetti della vaccinazione sulla riduzione delle lesioni precancerose sono ormai documentati in diversi Paesi, mentre i dati sull’impatto a lungo termine sui tumori di tutte le sedi coinvolte sono ancora in accumulo, data la lunga latenza della malattia. Anche il termine “eradicazione” va inteso con cautela: in ambito sanitario si parla più spesso di eliminazione come problema di salute pubblica, cioè di una riduzione dei casi a livelli molto bassi, più che della scomparsa completa del virus.

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