Voti più alti? Il segreto inaspettato è dormire un po’ di più

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Per molti studenti universitari il sonno è una moneta di scambio quotidiana: un’ora in più per studiare, uscire, lavorare o semplicemente recuperare tutto il resto. Proprio per questo capire se e come il riposo si leghi al rendimento accademico non è una curiosità da laboratorio, ma una domanda concreta. Un nuovo studio ha seguito studenti per tutti i quattro anni dell’università e suggerisce che dormire di più si associa, nel tempo, a voti migliori.

Che cosa ha studiato davvero

I ricercatori hanno osservato l’andamento del sonno in un gruppo di 76 studenti universitari, usando dati raccolti ogni giorno da dispositivi indossabili. È un punto importante, perché molti studi precedenti si basavano su questionari o ricordi personali, che possono essere imprecisi.

In tutto sono state analizzate più di 61 mila registrazioni giornaliere. Oltre al sonno, sono stati considerati anche i voti universitari e alcuni aspetti della rete sociale degli studenti, cioè quanto fossero socialmente connessi o attivi nel loro ambiente relazionale. L’obiettivo era capire non solo quanto dormissero, ma anche come il sonno cambiasse nel corso degli anni e se questo andamento fosse collegato ad altri aspetti della vita universitaria.

I risultati principali

Il dato più chiaro è che la durata del sonno tendeva ad aumentare, anche se in modo moderato, dal primo all’ultimo anno. Il sonno non seguiva però una linea regolare: c’erano oscillazioni stagionali piuttosto nette, verosimilmente legate ai ritmi dell’anno accademico, come periodi di lezioni, esami e pause.

L’altra osservazione centrale riguarda il rendimento. Nel complesso, gli studenti con una media più alta dormivano anche di più. L’associazione era positiva durante tutto il percorso universitario, ma non con la stessa intensità in ogni fase. Sembrava più forte nel primo anno e poi di nuovo nell’ultimo, mentre risultava molto più debole nel terzo anno.

Questo non significa che basti andare a letto prima per alzare automaticamente i voti. Significa piuttosto che, in questo gruppo, più sonno e migliori risultati tendevano a viaggiare insieme.

E la vita sociale?

Lo studio ha cercato anche un legame tra sonno e dimensione della rete sociale. Qui i risultati sono stati molto meno convincenti. Gli studenti con reti più ampie dormivano in media un po’ meno, ma la differenza non è risultata statisticamente solida.

Per una persona comune questo è un promemoria utile: non tutto ciò che sembra plausibile trova conferma nei dati. L’idea che una vita sociale più intensa riduca per forza il sonno, almeno in questo studio, non emerge in modo chiaro.

Che cosa puoi portarti a casa

Il messaggio più ragionevole è semplice: il sonno non è tempo perso. Nella vita reale, soprattutto all’università, sacrificare regolarmente il riposo può sembrare inevitabile. Eppure questi dati si aggiungono a un quadro già noto: dormire a sufficienza è spesso associato a migliore concentrazione, memoria, regolazione emotiva e capacità di sostenere i ritmi quotidiani.

C’è anche un aspetto pratico. Il legame osservato nei momenti di passaggio, come l’inizio e la fine del percorso universitario, suggerisce che proprio nelle fasi più impegnative o instabili il sonno possa essere un indicatore importante di equilibrio generale.

I limiti da non dimenticare

Lo studio ha diversi limiti. Il campione era piccolo e proveniva da un solo contesto universitario, quindi non è detto che i risultati valgano per tutti. C’è anche il problema dei fattori non considerati, come carico di studio, salute mentale, uso di alcol o altre sostanze, lavoro e condizioni economiche, che possono influenzare sia il sonno sia i voti.

Soprattutto, si tratta di un’associazione osservata nel tempo, non di una prova di causa-effetto. In altre parole, non possiamo dire che dormire di più causi voti più alti. È possibile anche che gli studenti più organizzati, meno stressati o con maggiori risorse personali riescano sia a dormire meglio sia a studiare meglio.

Per ora il risultato più utile è questo: se tendi a considerare il sonno come la prima cosa da tagliare, i dati suggeriscono che potrebbe essere una scelta meno neutra di quanto sembri.

Fonte scientifica

Paper originale: Functional data analysis of college students’ sleep patterns and their relationships with academic performance and social networks: A four-year longitudinal study.
Rivista: PloS one
DOI: 10.1371/journal.pone.0351120

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