Diabete tipo 1, la lezione di Zverev: si può correre e vincere

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La notizia in breve

La presidente della Società italiana di diabetologia (Sid), Raffaella Buzzetti, ha commentato le parole del tennista tedesco Sasha Zverev, che ha dedicato a sua madre la vittoria agli Us Open. Il tennista ha dichiarato: “Quando a tuo figlio di 4 anni viene diagnosticato il diabete e i medici ti dicono che la vita e lo sport saranno molto limitati per quel bambino, ci vuole una madre molto forte per uscire da quegli ambulatori e dire: ‘mio figlio sarà chiunque voglia essere'”.

Buzzetti ha affermato che la figura di Zverev ricorda “quanto l’attività sportiva rappresenti un must, un pilastro del trattamento contro tutte le malattie croniche, diabete in primis”. La presidente ha aggiunto che “il diabete tipo 1 non è un soffitto di cristallo dal quale farsi sovrastare e limitare, ma una condizione con cui si può correre, vincere, arrivare ovunque”, auspicando che le parole della madre del tennista siano presenti nelle sale d’attesa dei centri italiani di diabetologia pediatrica.

La Sid ha inoltre richiamato il Ddl 287, con prima firmataria la senatrice Daniela Sbrollini, che propone l’inserimento dell’esercizio fisico strutturato come strumento terapeutico e preventivo nel Servizio Sanitario Nazionale. Riguardo al provvedimento, Buzzetti ha dichiarato: “Chi vive con il diabete lo sa bene: l’attività fisica strutturata abbassa la glicemia, protegge il cuore e i reni, allunga e migliora la vita”, concludendo che riconoscerla per legge allinea la sanità pubblica ai riscontri della scienza.

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Sport e diabete tipo 1

Il messaggio richiamato dalla notizia mette al centro un punto clinico consolidato: il diabete tipo 1 non preclude l’attività sportiva, neppure ad alto livello. Richiede però una gestione quotidiana più complessa, basata sulla conoscenza della propria risposta allo sforzo e sull’adattamento della terapia.

Il diabete tipo 1 è una malattia autoimmune nella quale il pancreas perde la capacità di produrre insulina in misura sufficiente. Non è causato dalla sedentarietà o dalle abitudini alimentari e la terapia insulinica resta indispensabile anche quando lo stile di vita è molto attivo.

Gli effetti dell’esercizio sulla glicemia

Durante l’attività fisica i muscoli utilizzano più glucosio e diventano più sensibili all’azione dell’insulina. Questo può favorire il controllo glicemico e, nel tempo, contribuire alla salute cardiovascolare, al benessere psicologico e al mantenimento della capacità funzionale.

La risposta della glicemia, tuttavia, non è sempre una semplice diminuzione. Lo sforzo prolungato può favorire l’ipoglicemia anche dopo la conclusione dell’esercizio, mentre attività molto intense o competitive possono temporaneamente aumentare la glicemia per effetto degli ormoni dello stress. Contano inoltre durata, intensità, allenamento, alimentazione, quantità di insulina attiva e momento della giornata.

Per questo l’esercizio è parte della terapia, ma non è una terapia standardizzata. La gestione comprende monitoraggio della glicemia, programmazione dell’alimentazione e adeguamento della terapia insulinica, con strategie personalizzate in base al tipo di sport e alle caratteristiche individuali.

Dalla prescrizione alla pratica

Definire l’attività fisica come intervento sanitario significa andare oltre il generico invito a “muoversi”. L’esercizio strutturato presuppone obiettivi clinici, valutazione delle condizioni associate, progressione dei carichi e competenze integrate tra diabetologia e professionisti dell’attività motoria.

Nel diabete tipo 1, l’obiettivo non è eliminare ogni rischio, eventualità irrealistica anche nelle persone senza malattie croniche, ma renderlo conoscibile e gestibile. Tecnologie di monitoraggio, educazione terapeutica e allenamento possono ampliare le possibilità sportive, senza cancellare la necessità di attenzione.

Il valore medico del messaggio è quindi duplice: contrastare limitazioni automatiche e, nello stesso tempo, evitare di banalizzare la malattia. L’autonomia nello sport nasce non dalla negazione del diabete, ma dalla capacità di integrarne la gestione nella vita quotidiana.

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