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Quando una persona anziana comincia ad avere problemi di memoria, chi le sta accanto tende a concentrarsi sui segnali più evidenti: le dimenticanze, i momenti di confusione, le notti agitate. Meno spesso ci si ferma a guardare il contenuto del portapillole. Eppure alcune medicine usate per dormire, calmare l’ansia o gestire altri disturbi agiscono proprio sul cervello. In chi ha già una memoria fragile possono pesare più del previsto. Se ti occupi di un genitore o di un familiare in questa situazione, una nuova ricerca offre alcuni dati utili su cui riflettere.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Che cosa hanno analizzato i ricercatori
Lo studio ha esaminato le informazioni di quasi 2.800 persone con più di 65 anni e un disturbo cognitivo. Con questo termine si intende la demenza oppure un declino lieve di memoria e ragionamento. Queste persone vivevano a casa propria, non in strutture assistenziali. I dati provengono da un’ampia indagine nazionale statunitense su salute e spese sanitarie, raccolta nell’arco di dodici anni.
L’attenzione si è concentrata su un gruppo di farmaci considerati potenzialmente inappropriati per chi ha difficoltà cognitive. Ne fanno parte i sedativi della famiglia delle benzodiazepine, alcuni sonniferi con azione simile e gli antipsicotici. Il gruppo comprende anche i medicinali con effetto anticolinergico, cioè capaci di ostacolare un messaggero chimico importante per memoria e attenzione.
Meno prescrizioni, ma ancora molte
Il primo dato è incoraggiante: la quota di persone che usava almeno uno di questi farmaci è scesa da circa il 39% a circa il 29% nel periodo esaminato. Alla fine, però, quasi una persona su tre ne assumeva ancora uno. Lo studio non chiarisce perché le prescrizioni siano diminuite.
Il secondo dato riguarda la salute. Chi usava questi farmaci aveva maggiori probabilità di riferire una qualità di vita mentale peggiore, legata a umore, energia e serenità emotiva. Sul piano fisico non emergevano differenze. In questo gruppo si registravano anche circa il 40% in più di accessi al pronto soccorso e quasi altrettanti ricoveri, mentre le visite ambulatoriali non risultavano significativamente aumentate.
Perché associazione non significa causa
Qui serve cautela. Si tratta di uno studio trasversale: scatta una fotografia della situazione senza seguire le persone nel tempo. I ricercatori hanno usato tecniche statistiche per rendere i gruppi più confrontabili. Non possono però escludere che il legame vada anche nell’altro senso. È plausibile che chi soffre di più ansia, insonnia o agitazione riceva più spesso questi farmaci e, per gli stessi motivi, stia peggio e finisca più facilmente in ospedale.
Gli stessi autori sottolineano che servono studi capaci di seguire i pazienti negli anni. Solo così si potrà verificare se ridurre questi farmaci migliori davvero il benessere e diminuisca i ricoveri.
Che cosa puoi fare, con calma
Il messaggio pratico non è sospendere da soli una terapia. Alcuni di questi farmaci, in particolare i sedativi per ansia e sonno, possono dare effetti spiacevoli o anche pericolosi se interrotti bruscamente. Ha senso invece chiedere al medico una revisione periodica dei farmaci: quali sono ancora necessari, a quale dose, e se esistono alternative con meno rischi. Ridurre o sospendere gradualmente un medicinale non più utile, sotto controllo medico, è una pratica riconosciuta nella cura degli anziani.
Per sonno e ansia esistono anche approcci non farmacologici, come orari regolari, luce naturale durante il giorno, movimento leggero e un ambiente tranquillo la sera. Secondo il giudizio del curante, possono affiancare le medicine e a volte ridurne il bisogno. Non sempre bastano, e chi assiste una persona con demenza lo sa bene: le notti difficili sfiniscono tutti. Portare la lista completa dei farmaci alla prossima visita resta però un passo semplice, alla portata di ogni famiglia.
Fonte scientifica
Paper originale: Cognitive Potentially Inappropriate Medications, Quality of Life, and Healthcare Use in Older Adults With Cognitive Disorders.
Rivista: Journal of the American Geriatrics Society
DOI: 10.1111/jgs.70607
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