Ansia nei ragazzi: non è un capriccio, lo dice il loro cervello

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Il mal di pancia la mattina della verifica, la paura di alzare la mano in classe, le sere passate a chiedersi che cosa penseranno i compagni. Per molti ragazzi e ragazze tra gli 11 e i 13 anni l’ansia fa parte della vita di tutti i giorni. E chi è genitore spesso si domanda se sia una fase che passerà, un tratto del carattere o qualcosa di più profondo. Un nuovo studio aggiunge un tassello a questa domanda osservando da vicino il cervello in crescita.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Che cosa hanno osservato i ricercatori

L’analisi ha coinvolto quasi 3.500 giovani, con un’età mediana di 12 anni e una distribuzione equilibrata tra maschi e femmine. Tutti partecipano a un ampio progetto statunitense che segue lo sviluppo cerebrale durante l’adolescenza. Ognuno è stato sottoposto a risonanza magnetica. Una parte dell’esame descriveva la struttura del cervello, cioè lo spessore e il volume di alcune aree. Un’altra registrava come le diverse regioni comunicano tra loro a riposo, quando la mente non è impegnata in un compito preciso. A questi dati si aggiungevano i livelli di ansia, le eventuali diagnosi di ansia sociale o generalizzata e i risultati di alcuni test cognitivi.

I risultati principali

L’ansia risultava più alta nelle ragazze, nei ragazzi un po’ più grandi e in chi aveva genitori con difficoltà psicologiche. Sul piano cerebrale, un ruolo particolare spettava a tre strutture: il cervelletto, l’amigdala, coinvolta nelle reazioni di paura, e il talamo, una sorta di centrale di smistamento delle informazioni. Quando queste aree apparivano più connesse e più centrali nella rete, anche l’ansia tendeva a essere maggiore. Lo stesso valeva per un indicatore chiamato costo di controllo: in parole semplici, lo sforzo che il cervello sembra compiere per regolare la propria attività.

Altre reti, legate all’attenzione, al controllo e alla comprensione delle situazioni sociali, mostravano invece il quadro opposto. Quando erano più efficienti e robuste, la probabilità di un disturbo d’ansia risultava più bassa. Infine, i ragazzi più ansiosi ottenevano risultati un po’ peggiori in un test che chiede di ruotare mentalmente una figura, un compito di elaborazione visuospaziale. Vale la pena sottolineare che si tratta di effetti piccoli, rilevabili soprattutto grazie al gran numero di partecipanti.

Che cosa non possiamo concludere

Lo studio descrive associazioni, non rapporti di causa ed effetto. Non sappiamo se siano queste caratteristiche cerebrali a favorire l’ansia, se sia l’ansia a modellare il cervello, oppure se entrambe dipendano da altri fattori come la genetica, il clima familiare o lo stress. Le differenze emergono confrontando medie su grandi gruppi. Non permettono quindi di riconoscere un singolo ragazzo ansioso da una risonanza, e oggi nessun esame di questo tipo serve a fare diagnosi. Per capire meglio la direzione dei legami serviranno ricerche che seguano gli stessi giovani nel corso degli anni.

Che cosa può significare per te

Il messaggio più utile è forse il più semplice: l’ansia in adolescenza si accompagna a differenze misurabili nel modo in cui il cervello è organizzato. Non è un capriccio né una mancanza di volontà, e questo può aiutare a togliere un peso di colpa a chi la vive e a chi gli sta accanto.

Se tuo figlio o tua figlia ha preoccupazioni che interferiscono con la scuola, il sonno o le amicizie, ha senso parlarne con il pediatra o il medico di famiglia. I percorsi di supporto efficaci esistono già e non richiedono di aspettare nuove tecnologie. Anche il legame con il benessere psicologico dei genitori merita attenzione, senza sensi di colpa: prendersi cura di sé fa parte del prendersi cura dei figli. L’idea di terapie su misura, basate sui circuiti cerebrali di ciascuno, resta per ora una prospettiva futura e non una possibilità concreta.

Fonte scientifica

Paper originale: Neural and Cognitive Correlates of Adolescent Anxiety: Widespread Brain Network Alterations, Increased Control Costs, and Visuospatial Processing Deficits Open Access
Rivista: Imaging Neuroscience
DOI: 10.1162/imag.a.1409

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