Quando si parla di alimentazione, non è sempre facile capire di chi fidarsi. Tra pareri contrastanti, titoli rassicuranti e critiche a sistemi di classificazione molto discussi, per chi legge da fuori il rischio è confondersi. Un nuovo studio affronta proprio questo nodo: non chiede se un certo schema per valutare i cibi sia perfetto, ma prova a capire chi firma una parte delle critiche e se esistono legami con l’industria alimentare che il lettore non vede.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Che cosa ha analizzato lo studio
I ricercatori hanno svolto una revisione sistematica, cioè una raccolta organizzata e metodica degli articoli già pubblicati su un tema preciso. In questo caso hanno esaminato i lavori accademici che, in un arco di molti anni, criticavano il sistema Nova oppure mettevano in luce possibili aspetti positivi degli alimenti ultra-processati.
L’obiettivo non era stabilire se ogni critica a Nova sia sbagliata. Il punto era un altro: verificare quanto spesso gli autori di questi articoli avessero rapporti con l’industria alimentare, sia dichiarati nelle pubblicazioni sia rintracciabili solo attraverso fonti pubbliche esterne.
I risultati principali
Nei 69 articoli inclusi, oltre il 90% aveva almeno un autore con qualche legame con l’industria del cibo. Considerando tutti gli autori nel loro insieme, circa i due terzi risultavano collegati a questo settore in varie forme.
C’è un altro dato che colpisce. Gli articoli firmati da autori con rapporti diretti o indiretti con l’industria tendevano più spesso a difendere o promuovere gli alimenti ultra-processati rispetto agli articoli senza legami identificati. In altre parole, la posizione espressa nei testi sembrava associarsi più frequentemente alla presenza di interessi professionali o istituzionali collegati alle aziende del settore.
Un elemento importante è che molte di queste relazioni non erano riportate chiaramente nell’articolo stesso. Sono emerse solo cercando altrove, in materiali pubblici disponibili online.
Perché questa notizia riguarda anche te
Per una persona comune, il punto non è entrare nei dettagli del dibattito accademico su Nova. Il punto è capire che la discussione scientifica su ciò che mangiamo può essere influenzata anche da interessi economici, soprattutto quando in gioco ci sono prodotti molto presenti nella vita quotidiana.
Questo non significa che ogni alimento ultra-processato sia da demonizzare o che ogni critica a Nova sia infondata. Significa però che la trasparenza conta. Se chi commenta o mette in dubbio certi rischi ha rapporti con le aziende coinvolte, questo è un dato che il pubblico dovrebbe conoscere per valutare meglio il messaggio.
Per chi prova a orientarsi tra etichette, pubblicità e consigli nutrizionali, il messaggio pratico è semplice: diffida delle letture troppo rassicuranti su categorie di prodotti già al centro di preoccupazioni sanitarie, soprattutto se non è chiaro chi parla e con quali interessi.
Che cosa non possiamo concludere
Questo studio non dimostra che i legami con l’industria abbiano causato direttamente le opinioni espresse dagli autori. Mostra una associazione, non un rapporto certo di causa-effetto. Non prova neppure che tutte le critiche a Nova siano sbagliate o in malafede.
C’è anche un limite importante: l’analisi riguarda un corpus specifico di articoli critici verso Nova o favorevoli agli ultra-processati. Non descrive automaticamente tutta la letteratura scientifica sulla nutrizione.
La conclusione più ragionevole è quindi prudente ma utile: quando si leggono dibattiti su alimentazione e salute, non basta guardare solo alle conclusioni. Vale la pena chiedersi chi le propone, se ci sono conflitti di interesse dichiarati e quanto il quadro complessivo delle prove vada nella stessa direzione. In nutrizione, come in altri campi, la qualità dell’informazione dipende anche dalla chiarezza su possibili influenze esterne.
Fonte scientifica
Paper originale: Characterizing Food Industry Affiliations Among Critics of the Nova Food Classification System: A Systematic Review.
Rivista: American journal of public health
DOI: 10.2105/AJPH.2026.308691
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