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La notizia in breve
Nella Regione Europea dell’Oms, il consumo di alcol è responsabile di 39.200 nuovi casi di tumore al seno, ma soltanto il 15% dei cittadini sa che l’alcol può causare questa neoplasia, quota che sale al 21% tra le donne. Il dato è stato segnalato da Oms Europa in occasione del Mese della prevenzione del cancro al seno.
In merito a queste evidenze, la consulente per l’alcol dell’Oms Europa, Carina Ferreira-Borges, ha affermato: “I danni causati dall’alcol non sono un concetto astratto. Possono tradursi in malattie cardiache o epatiche, nell’esposizione di un feto all’alcol durante la gravidanza, in ansia e depressione o, ancora, nel caso di una donna che sviluppa un cancro al seno senza aver mai saputo che l’alcol rappresentasse un fattore di rischio”.
Per accrescere la consapevolezza su questo legame, l’Oms Europa ha reso disponibile una piattaforma digitale con un assistente di intelligenza artificiale, ideata per aiutare gli operatori sanitari a dialogare con i pazienti. Secondo l’Oms, a differenza del fumo, il consumo di alcol viene trascurato nella maggioranza dei casi per carenza di tempo, motivi culturali o timore di giudicare l’assistito. Lo strumento punta a permettere a medici e infermieri di ottenere rapidamente indicazioni basate sulle evidenze scientifiche dell’ente per integrare il confronto sull’alcol nella routine clinica.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Come l’alcol agisce sul tessuto mammario
L’alcol è classificato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro tra le sostanze sicuramente cancerogene per l’uomo, e il tumore al seno è una delle neoplasie per cui il legame è meglio documentato. Il responsabile è l’etanolo in quanto tale: vino, birra e superalcolici agiscono allo stesso modo, a parità di quantità di alcol assunta.
I meccanismi riconosciuti sono diversi. Nell’organismo l’etanolo viene trasformato in acetaldeide, una molecola capace di danneggiare il DNA e di ostacolarne la riparazione. L’alcol tende inoltre ad aumentare i livelli di estrogeni circolanti, ormoni che stimolano la proliferazione delle cellule mammarie, e favorisce stress ossidativo e alterazioni nell’utilizzo di alcune vitamine coinvolte nella stabilità del materiale genetico.
Una relazione legata alla dose
Il consenso scientifico descrive una relazione dose-dipendente: il rischio cresce all’aumentare della quantità consumata nel tempo. Per quanto riguarda i tumori, l’Oms sostiene che non sia stata individuata una soglia al di sotto della quale il consumo possa considerarsi privo di rischio. Questo significa che anche un consumo moderato e abituale contribuisce, in misura minore, al rischio complessivo.
Una parte della scarsa consapevolezza si spiega con il messaggio, diffuso per anni, di un possibile effetto protettivo del bere moderato sul cuore. Quell’ipotesi è oggi oggetto di revisione critica e, in ogni caso, non riguarda il rischio oncologico, che segue una logica diversa.
Un fattore tra molti, ma modificabile
Il tumore al seno è una malattia multifattoriale. Vi contribuiscono l’età, la predisposizione genetica e familiare, la storia riproduttiva e l’esposizione ormonale nel corso della vita, elementi che non si possono cambiare. Accanto a questi esistono fattori legati allo stile di vita: oltre all’alcol, l’eccesso di peso dopo la menopausa e la sedentarietà, mentre l’attività fisica regolare è associata a un rischio più basso.
Resta incerto quanto il contributo dell’alcol pesi nella singola persona e come interagisca con una predisposizione genetica già presente. Il rischio va inteso in termini di popolazione: l’alcol aumenta la probabilità di ammalarsi, ma non determina da solo la comparsa della malattia, né la sua assenza esclude il tumore.
Il colloquio clinico come strumento di prevenzione
Nella pratica medica il fumo viene indagato in modo sistematico, mentre il consumo di alcol è spesso affrontato meno. Le cosiddette interventi brevi, colloqui strutturati in cui l’operatore valuta le abitudini e informa sui rischi, sono considerati uno strumento di prevenzione con buone basi di efficacia, soprattutto nell’assistenza primaria.
Il punto critico non è tanto la disponibilità delle evidenze quanto la loro traduzione nel dialogo quotidiano tra curante e paziente. Supporti digitali come quello descritto si inseriscono in questo spazio. La loro utilità concreta nel modificare la consapevolezza e i comportamenti dovrà essere valutata nel tempo.
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