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Per anni la vitamina D è stata studiata come qualcosa di molto più di una vitamina importante per la salute delle ossa. Bassi livelli nel sangue sono stati associati a un maggior rischio di diabete, malattie cardiovascolari, tumori e altre patologie e da queste osservazioni è nata un’ipotesi intuitiva: se poca vitamina D si associa a più malattie, aumentarne i livelli con un integratore potrebbe proteggerci.
Ma, come sottolinea il Prof. Fontana in un video pubblicato sul canale Longevity Now FL, c’è un passaggio che non può essere dato per scontato: un’associazione non dimostra necessariamente un rapporto di causa-effetto.
Ed è proprio su questo punto che negli ultimi anni sono arrivati i risultati di numerosi studi clinici randomizzati.
Il nuovo studio TARGET-D
Fontana parte dal più recente: TARGET-D, pubblicato nel settembre 2026 sull’European Heart Journal.
Lo studio ha coinvolto 630 persone che avevano avuto un infarto e ha adottato una strategia particolarmente interessante. Invece di somministrare a tutti una quantità fissa di vitamina D, i ricercatori hanno misurato ripetutamente la concentrazione di 25-idrossivitamina D nel sangue e modificato la dose dell’integratore con l’obiettivo di mantenerla sopra i 40 ng/mL. Il target previsto dal protocollo era compreso tra oltre 40 e 80 ng/mL.
Dopo un follow-up medio di circa 4,2 anni, però, l’endpoint principale, un insieme di morte, nuovo infarto, ictus e ricovero per scompenso cardiaco, non è risultato significativamente ridotto rispetto alle cure abituali: gli eventi si sono verificati nel 15,7% del gruppo trattato e nel 18,4% del gruppo di controllo, una differenza che non ha raggiunto la significatività statistica.
Per Fontana il risultato è importante perché TARGET-D affrontava proprio una delle possibili obiezioni mosse agli studi precedenti: forse, si era ipotizzato, somministrare a tutti la stessa dose non era sufficiente e bisognava invece raggiungere deliberatamente un determinato livello ematico. Anche questa strategia, tuttavia, non ha dimostrato una riduzione significativa dell’endpoint cardiovascolare principale.

Non è il primo grande trial a ridimensionare le aspettative
Il professore ricorda quindi altri studi che negli ultimi anni hanno messo alla prova l’ipotesi.
Nel VITAL trial, 25.871 persone hanno ricevuto 2.000 UI di vitamina D3 al giorno oppure placebo. La supplementazione non ha ridotto significativamente né l’incidenza complessiva dei tumori né quella degli eventi cardiovascolari maggiori.
Un’analisi dello stesso progetto ha successivamente valutato le fratture: anche in questo caso la vitamina D, somministrata a persone non selezionate per una carenza della vitamina, una bassa massa ossea o un’osteoporosi, non ha ridotto il rischio di fratture totali, non vertebrali o dell’anca.
Fontana cita poi il D2d trial, nel quale 2.423 adulti con prediabete hanno ricevuto 4.000 UI di vitamina D3 al giorno oppure placebo. Dopo un follow-up mediano di 2,5 anni, la riduzione della progressione verso il diabete osservata nel gruppo trattato non ha raggiunto la significatività statistica.
Nel video viene ricordato anche il grande D-Health Trial australiano, condotto su oltre 21.000 persone. Per l’endpoint cardiovascolare complessivo la stima risultò favorevole alla vitamina D, ma l’intervallo di confidenza comprendeva l’assenza di effetto. Alcuni endpoint secondari, tra cui l’infarto, mostrarono invece segnali favorevoli: un dettaglio che non modifica il messaggio generale espresso da Fontana, ma che è utile tenere presente nell’interpretazione dello studio.
Quindi la vitamina D non serve?
La risposta di Fontana è netta: La vitamina D serve.
Il rischio, sostiene, sarebbe passare da un estremo all’altro. La vitamina D resta essenziale per l’organismo e una sua vera carenza può avere conseguenze importanti sulla salute ossea, fino a condizioni come osteomalacia e rachitismo.
Ciò che i grandi trial mettono in discussione è un’altra idea: che in una persona sana, con livelli già adeguati, portare intenzionalmente la vitamina D sempre più in alto produca automaticamente ulteriori benefici.
Secondo Fontana, oggi non disponiamo di prove convincenti che inseguire concentrazioni di 40, 50 o 60 ng/mL in persone altrimenti sane prevenga automaticamente infarto, tumori o diabete oppure rallenti l’invecchiamento.
Un’impostazione coerente con le linee guida 2024 della Endocrine Society, che negli adulti sani sotto i 75 anni suggeriscono di non assumere empiricamente quantità di vitamina D superiori agli apporti raccomandati soltanto con l’obiettivo di prevenire malattie. Le stesse linee guida sconsigliano inoltre, nella popolazione generale sana, di ricercare routinariamente un determinato valore di 25(OH)D da raggiungere attraverso la supplementazione.
Dopo i 75 anni il discorso cambia
Fontana richiama però una distinzione importante.
Per gli adulti di almeno 75 anni, le linee guida della Endocrine Society suggeriscono una supplementazione empirica di vitamina D per il possibile beneficio sulla mortalità. Quando indicata, viene preferita una somministrazione quotidiana a dosi più basse rispetto a dosi elevate assunte in modo intermittente. Negli studi considerati dalla linea guida, la dose media ponderata era di circa 900 UI al giorno.
Nel video Fontana considera inoltre ragionevole, soprattutto durante l’inverno e in condizioni di scarsa esposizione solare, una supplementazione nell’ordine di 800-1.000 UI al giorno. È però fondamentale distinguere questa scelta dall’assunzione di migliaia di unità quotidiane con l’aspettativa di prevenire infarti, tumori o invecchiamento.
Il suo consiglio è quindi di non inseguire un “numero magico” e di non assumere megadosi semplicemente nella convinzione che possano potenziare l’immunità o garantire una protezione generale dalle malattie.
Il messaggio finale del Prof. Fontana
La conclusione del video va oltre la vitamina D.
Gli integratori, sottolinea Fontana, possono avere un ruolo importante quando servono a correggere una carenza o rispondere a un’indicazione precisa, ma non possono compensare abitudini che aumentano il rischio di malattia.
Un integratore non sostituisce un’alimentazione adeguata, l’attività fisica, l’astensione dal fumo e un consumo responsabile di alcol.
Il messaggio che il professore affida alla conclusione del video è quindi semplice: la vitamina D è necessaria, ma “di più” non significa necessariamente “meglio”. E soprattutto la prevenzione non può essere ridotta alla ricerca della pillola o del valore di laboratorio perfetto.
La salute, nella visione proposta da Fontana, si costruisce soprattutto attraverso lo stile di vita, giorno dopo giorno.
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