Vitamina D e salute maschile: ecco cosa sappiamo

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Esiste un’associazione statistica tra bassi livelli di vitamina D e disfunzione erettile, ma non è dimostrato che la vitamina D curi il problema.

Assumere un integratore, soprattutto ad alte dosi, non equivale quindi a seguire una terapia efficace per l’erezione. Se la difficoltà è nuova o persiste, è più utile cercarne le possibili cause con una valutazione clinica.

Coppia a letto

Shutterstock/Olena Yakobchuk

Un’associazione non dimostra un rapporto di causa

Gli studi osservazionali hanno trovato bassi livelli di vitamina D associati a una maggiore frequenza o gravità della disfunzione erettile, in particolare nelle forme moderate-gravi o legate alla circolazione sanguigna.

Questo dato, però, non permette di concludere che la carenza causi direttamente il disturbo. Obesità, diabete, sedentarietà e malattie cardiovascolari o renali possono favorire sia valori bassi di vitamina D sia problemi di erezione. È anche possibile che lo stato di salute generale influenzi entrambe le condizioni.

Le analisi genetiche disponibili non sostengono un rapporto causale tra concentrazioni di vitamina D e rischio di disfunzione erettile. Non sono trial terapeutici e non rispondono a ogni possibile dubbio, ma rendono meno convincente l’idea che aumentare la vitamina D migliori automaticamente l’erezione.

Che cosa mostrano gli studi sugli integratori

La prova più ampia viene da uno studio randomizzato condotto su 8.920 uomini tra 60 e 84 anni. L’assunzione mensile di vitamina D per tre anni non ha ridotto la prevalenza della disfunzione erettile rispetto al placebo: il disturbo era presente nel 58,8% del gruppo trattato e nel 59% del gruppo placebo.

Questo risultato riguarda soprattutto uomini anziani che, per la maggior parte, non avevano una carenza marcata. Non chiarisce quindi con la stessa sicurezza che cosa accada nei pazienti con deficit grave, ma non supporta l’uso generalizzato della vitamina D come trattamento dell’erezione.

Un piccolo trial del 2026 ha segnalato un possibile miglioramento aggiuntivo aggiungendo vitamina D ad alte dosi al tadalafil in uomini con valori bassi. Lo studio comprendeva soltanto 40 partecipanti, durava dieci settimane e presentava diversi limiti. È un segnale preliminare che richiede conferma, non una base sufficiente per stabilire chi trattare, con quali dosi e per quanto tempo.

Quali controlli servono davvero

La vitamina D non fa parte degli esami routinari previsti nella valutazione minima della disfunzione erettile. Il dosaggio può essere richiesto quando esistono motivi clinici indipendenti, ma non è obbligatorio per chiunque abbia difficoltà di erezione. Non esiste neppure una soglia validata di vitamina D da raggiungere per prevenire o trattare il disturbo.

La valutazione comprende invece la storia medica e sessuale, l’esame obiettivo, la pressione arteriosa e, secondo il quadro individuale, glicemia o emoglobina glicata, lipidi e testosterone totale mattutino. Possono essere considerate cause vascolari, metaboliche, ormonali, farmacologiche e psicologiche.

Una disfunzione erettile nuova o persistente può essere anche un indicatore di rischio cardiovascolare, soprattutto in presenza di diabete, ipertensione, alterazioni dei lipidi o fumo. Questo non significa che un episodio occasionale segnali necessariamente una cardiopatia, ma giustifica un approfondimento se il problema continua.

Perché evitare il fai da te

L’assunzione autonoma di vitamina D ad alte dosi non è priva di rischi. Un eccesso può aumentare il calcio nel sangue o nelle urine e favorire calcoli; nei casi estremi può provocare insufficienza renale e aritmie. I dosaggi elevati sperimentati in alcuni studi non devono essere replicati senza supervisione medica.

Anche i farmaci per l’erezione non andrebbero acquistati e usati autonomamente. Gli inibitori della fosfodiesterasi-5 sono il trattamento farmacologico di prima linea, ma richiedono una valutazione delle condizioni cardiovascolari e delle controindicazioni. In particolare, non devono essere associati a nitrati o donatori di ossido nitrico per il rischio di un pericoloso calo della pressione.

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