Vitamina D: una dose elevata potrebbe aiutare la memoria

Ultima modifica

Preferisci ascoltare il riassunto audio? Abbiamo scelto una voce realizzata con strumenti avanzati IA per rendere rendere i nostri testi subito accessibili a tutti

Una dose elevata di vitamina D è associata a un punteggio migliore in un test cognitivo nelle persone che hanno sia disturbi del sonno sia un possibile lieve deficit cognitivo. È il risultato di una ricerca su 54 partecipanti. Il confronto, però, fotografa un solo momento: non permette di sapere se sia stata la vitamina D a fare la differenza.

Il lieve deficit cognitivo indica una difficoltà delle funzioni cognitive, come memoria e attenzione. Nella ricerca erano incluse persone con una diagnosi già formulata oppure con un sospetto di questa condizione. Tutte presentavano anche disturbi del sonno, individuati tramite questionari sulla qualità del sonno o sulla sonnolenza durante il giorno.

Ragazza tiene in mano un cartello con la scritta "Vitamina D"

Che cosa è stato confrontato

I partecipanti hanno svolto il MoCA, un test che fornisce un punteggio complessivo delle capacità cognitive. Hanno inoltre riferito tramite questionario se assumevano integratori di vitamina D e a quale dose. L’età media era di circa 67 anni.

Chi riferiva di assumere almeno 5.000 UI al giorno aveva, rispetto a chi non assumeva vitamina D quotidianamente, un punteggio MoCA più alto di circa 3,8 punti nel confronto statistico. L’analisi teneva conto di età, sesso, indice di massa corporea, istruzione e tipo di vitamina D. Per le dosi inferiori non è emersa un’associazione statisticamente significativa con il punteggio; non sono emerse differenze significative neppure tra vitamina D2 e D3.

Che cosa dice davvero quel punteggio

Il dato riguarda una prestazione al test, non un miglioramento osservato nel tempo. I ricercatori non hanno seguito i partecipanti per vedere se la loro memoria cambiasse, né hanno misurato se qualcuno sviluppasse la malattia di Alzheimer. Il risultato non consente quindi di concludere che l’integratore rallenti il declino cognitivo.

Anche il confronto tra chi assumeva la vitamina D e chi non la assumeva ha un limite preciso: le persone non sono state assegnate dai ricercatori ai due gruppi. Possono differire per caratteristiche che l’analisi statistica non riesce a considerare completamente. L’istruzione, per esempio, risultava a sua volta associata a un punteggio MoCA più alto. Nel campione è emersa anche un’associazione tra sovrappeso e punteggio più alto, che non dimostra un beneficio del sovrappeso per la cognizione.

Fin dove arriva il risultato

La ricerca si concentra su un gruppo ristretto e specifico: persone con disturbi del sonno e deficit cognitivo diagnosticato o sospetto. La numerosità di 54 partecipanti richiede cautela, soprattutto quando si confrontano dosi diverse di un integratore. Il fatto che le dosi più basse non abbiano mostrato un’associazione significativa non prova che siano prive di qualsiasi effetto.

Puoi leggere il risultato come un segnale da approfondire: in questo gruppo, l’assunzione riferita di almeno 5.000 UI di vitamina D al giorno era associata a un punteggio cognitivo più alto. Per sapere se iniziare a prenderla produca davvero un beneficio servirebbe un confronto capace di misurare i cambiamenti nel tempo. Questa ricerca, da sola, non giustifica una dose da assumere per proteggere la memoria.

Fonte: Vitamin D Supplement Intake is Associated with Better Cognition in Persons with Sleep Disturbance and Mild Cognitive Impairment

Tutte le news di The WOM Healthy su Google

Tutti gli aggiornamenti su salute, alimentazione e benessere.

Seguici su Google
Articoli Correlati
Articoli in evidenza