Vitamina D: perché i valori non salgono? Forse ti manca questo…

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Molte persone, dopo aver riscontrato una carenza di vitamina D nelle analisi del sangue, iniziano un percorso di integrazione sotto consiglio medico, salvo poi scoprire con disappunto che i valori faticano a salire. Questa situazione è molto comune nella pratica clinica. Spesso si è portati a incolpare la qualità del prodotto scelto, ma la realtà è che l’efficacia dell’integrazione dipende da una combinazione di fattori fisiologici: l’aderenza alla terapia, il dosaggio adeguato alla propria corporatura e le modalità di assunzione. La vitamina D, che agisce nel nostro corpo come un vero e proprio pro-ormone, ha regole precise per poter essere assorbita dall’intestino e circolare efficacemente nel sangue.

Il ruolo fondamentale dei grassi durante il pasto

La vitamina D appartiene alla famiglia delle vitamine liposolubili. Questo significa che, dal punto di vista biochimico, predilige e richiede la presenza di lipidi per essere assorbita in modo ottimale a livello intestinale. Se l’integrazione, specialmente quella in compresse o capsule secche, avviene a stomaco vuoto o durante un pasto privo di grassi (come una colazione a base di sola frutta o un caffè), la quota di principio attivo che il corpo riesce a metabolizzare diminuisce in modo sensibile. Le evidenze cliniche suggeriscono che l’assunzione concomitante con il pasto più abbondante della giornata può aumentare l’assorbimento anche del 30-50%.

Non è necessario stravolgere la propria dieta o eccedere con i condimenti; è sufficiente la presenza di grassi sani abitualmente consumati. Olio extravergine d’oliva, frutta a guscio, uova o pesce forniscono lo stimolo fisiologico necessario per il rilascio della bile e la formazione delle micelle, le strutture di trasporto che veicolano la vitamina D attraverso la parete intestinale. Va precisato che alcune formulazioni in commercio (come le gocce o le capsule molli) sono già disciolte in un veicolo oleoso, il che ne facilita parzialmente l’assorbimento, ma l’abbinamento al pasto rimane la raccomandazione di prima linea.

Tessuto adiposo e dosaggio: i veri fattori chiave

Sul web è sempre più diffusa la credenza che i livelli di vitamina D non salgano a causa di una carenza di magnesio. Sebbene sia vero che a livello biochimico il magnesio funga da cofattore per gli enzimi che metabolizzano la vitamina D, nella pratica clinica un deficit di magnesio tale da bloccare questo processo è un’evenienza rara, confinata a patologie specifiche. Per la stragrande maggioranza dei pazienti, il motivo per cui la vitamina D non sale è molto più pragmatico: il volume di distribuzione e un dosaggio sottostimato.

Essendo liposolubile, la vitamina D tende a essere letteralmente “sequestrata” dal tessuto adiposo. Nelle persone in sovrappeso o con obesità, la vitamina assunta viene in gran parte intrappolata nel grasso corporeo, riducendone la disponibilità nel circolo sanguigno. Le linee guida endocrinologiche internazionali sono chiare al riguardo: i pazienti con obesità possono richiedere dosaggi dalle due alle tre volte superiori rispetto ai soggetti normopeso per raggiungere e mantenere i medesimi livelli ematici. Se i valori restano bassi, la soluzione non è rincorrere integratori collaterali, ma far rivalutare il dosaggio al proprio medico curante.

Come ottimizzare la propria routine clinica

Per massimizzare l’efficacia dell’integrazione, le raccomandazioni basate sull’evidenza si concentrano sulla costanza e sulla salute gastrointestinale. La regolarità nell’assunzione è il fattore determinante. Gli studi più recenti dimostrano che somministrazioni regolari (giornaliere, settimanali o quindicinali) sono fisiologicamente superiori ai vecchi e desueti “mega-boli” annuali o semestrali, che l’organismo non riesce a gestire in modo efficiente e che, in dosi estreme, hanno persino mostrato un aumento del rischio di cadute negli anziani.

Infine, l’integrità della mucosa intestinale non può essere ignorata. Se il dosaggio è corretto per il peso corporeo, vi è un’assunzione regolare ai pasti e i valori continuano a non salire, il medico dovrà indagare la presenza di sindromi da malassorbimento. Condizioni non diagnosticate come la celiachia, le malattie infiammatorie croniche intestinali (come il morbo di Crohn) o pregressi interventi di chirurgia bariatrica ostacolano fisicamente il passaggio della vitamina. In questi casi specifici, oltre a trattare la patologia di base, l’endocrinologo valuterà formulazioni e dosaggi mirati per aggirare l’ostacolo intestinale.

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